Arriveranno in città le donne di De André, il Chicago Children’s Choir e la regina del sitar Anoushka Shankar

Prendi sette bei nomi del pop e del jazz italiani; nelle loro mani affida Faber e quelle sue donne alle prese con la solitudine, l’amore, il degrado e la fatica di vivere, tutte scolpite senza retorica né giudizio; mettici un palcoscenico come quello della Chiesa di S. Giacomo, le cui grazie rococò saranno contrappunto all’asciutta, potente poesia di Fabrizio De André. Ecco Amore che vieni, amore che vai (mercoledì 5 luglio, ore 21), un concerto-spettacolo che affronta l’eredità musicale e poetica di uno dei maggiori protagonisti della canzone d’autore attraverso il fil rouge dell’amore, della passione che si pensava eterna e invece si scopre incerta e mutevole. Per raccontare ancora una volta queste e “altre storie” – dallo strazio per la perdita del figlio in Ave Maria e in Tre madri, all’amore come ancora di salvezza di Hotel Supramonte, ricordo poetico del rapimento di Faber e Dori Ghezzi – la sofisticata voce pop-rock di Cristina Donà incontra una band di eccellenze jazz che non hanno paura di sporcarsi le mani con incursioni nel mondo della canzone. Al piano Rita Marcotulli, alla tromba Fabrizio Bosso, Javier Girotto al sax e Saverio Lanza alle chitarre, mentre Enzo Pietropaoli e Cristiano Calcagnile sono rispettivamente contrabbasso e batteria. “Vorrei dare a ciascuna una voce diversa – dice Cristina Donà pensando alla carrellata di canzoni note e meno note in programma – mi piace pensare che dalle canzoni escano le anime delle donne, come fossero loro a cantare con le parole di chi le ha descritte.”

Hanno cantato al fianco di Beyoncé e Pavarotti, di Yo-Yo Ma e Riccardo Muti; li hanno applauditi i presidenti Clinton e Obama, Nelson Mandela e il Dalai Lama: raggiungono Forlì come un’onda sonora apolide e scapigliata, miscelando sacro e profano, accanto alle canzoni di protesta della cultura afroamericana. L’attesissimo ritorno al Festival del Chicago Children’s Choir vedrà questi magnifici e giovanissimi artisti esibirsi anche nella Chiesa di S. Giacomo venerdì 7 luglio (ore 21), diretti da Josephine Lee: si misureranno con il canto gospel e le composizioni di Leonard Bernstein, fino alle hits superpop di Justin Timberlake e un medley di Michael Jackson. Ma il CCChoir non è solo versatilità, colore ed energia: è anche un grande progetto che – fondato dal Reverendo Moore nel pieno delle lotte per i diritti civili degli anni ’50 – oggi coinvolge migliaia di ragazzi dei più diversi strati sociali e culturali, articolandosi in 70 cori disseminati in altrettante scuole; le voci migliori sono raccolte in quello che è diventato un nuovo simbolo della città del vento. L’obiettivo? “Giving voice to voices”: dare voci alle voci di Chicago, la città dove l’intreccio multiculturale e multirazziale è più fitto, perché in fondo ogni musica custodisce il segreto della comprensione reciproca.

Leggerezza e impegno sociale, femminilità e poesia sono ingredienti anche del terzo e ultimo concerto in programma a Forlì. Land of Gold di Anoushka Shankar (domenica 9 luglio, ore 21, Teatro Diego Fabbri) sposa le note – ora suadenti e ora struggenti – del sitar a un tema scottante quale il dramma dei profughi. La “terra dell’oro” non è soltanto un luogo sicuro, ma anche la speranza e la pace interiore; quella terra promessa per un’umanità in fuga dalle guerre e dalla povertà. E se il suono del sitar non può non evocare immediatamente l’India e i suoi misteriosi splendori – d’altronde è figlia d’arte e allieva del virtuoso Ravi Shankar, che per primo ha rivelato all’Occidente le potenzialità di questo strumento – Anoushka fonde la formazione classica ai più diversi idiomi, suggestioni jazz ed echi minimalisti. In dialogo transculturale, ha collaborato con artisti quali Sting, Herbie Hancock, Pepe Habichuela, Karsh Kale, Lenny Kravitz, ed è stata la prima donna indiana nominata ai Grammy Awards, e la più giovane mai candidata nella categoria World Music (d’altra parte teneva in mano il sitar già a sette anni e ha debuttato professionalmente a tredici). “Mio padre mi ha insegnato che quando si sta sul palco si vive una sorta di universo familiare, un momento di estasi, così ho adattato questo insegnamento alla mia personalità – spiega l’artista – alla gioia che ho riscoperto vivendo anche in altri luoghi del mondo oltre l’India”. Con questo concerto si concluderà anche il Passaggio in India di quest’edizione del Festival.

Info e prevendite | tel. +39 0544 249244 | [email protected] | ravennafestival.org
Ufficio stampa | tel. 0544 249237 | [email protected]