Electric high voltage warning sign on the fence of a power plant facility

I residenti di Durazzanino, Malmissole e Poggio scrivono al Comune: “Siamo un territorio saturo, fermate i progetti”

Il rischio di trasformarsi in una gigantesca servitù energetica ha spinto i residenti della prima periferia di Forlì a rompere il silenzio, unendo le forze in una protesta coordinata contro la proliferazione selvaggia di infrastrutture tecnologiche. La denuncia, che stringe in un unico grido d’allarme i quartieri di Durazzanino, Malmissole e Poggio, punta il dito contro una pianificazione calata dall’alto che avrebbe completamente azzerato il confronto con la comunità locale, lasciando i cittadini davanti al fatto compiuto.

Al centro della contestazione c’è una mappa del territorio ormai satura. Nella stessa area agricola insistono già la storica stazione elettrica Terna da 380/132 kV e un biodigestore in fase di ampliamento industriale per produrre biometano. A questo quadro si sommano ora i progetti per due imponenti impianti di accumulo a batterie BESS: il primo, denominato Oraziana e proposto da Sphera Nordea S.r.l., prevede una potenza di 120 MW e una nuova sottostazione di trasformazione; il secondo, progettato da RNE19 S.r.l. a circa un chilometro di distanza, aggiungerà altri 100 MW di stoccaggio elettrochimico. Come se non bastasse, il Consiglio Comunale ha proposto di insediare a Durazzanino, nell’ex campo nomadi, la stazione di conversione alternata/continua per la nuova Dorsale Adriatica Foggia-Forlì di Terna, un’opera da circa 12 ettari di estensione.

La preoccupazione della popolazione si concentra sulla sicurezza e sulla salute pubblica. I residenti chiedono risposte chiare sui rischi derivanti dall’esposizione continua ai campi elettromagnetici e dall’inquinamento acustico dei trasformatori. Viene inoltre sollevato il problema della sicurezza tecnologica, poiché le batterie agli ioni di litio dei sistemi BESS, in caso di malfunzionamento, potrebbero innescare incendi o rilasciare gas tossici a ridosso delle abitazioni e del vicino polo del biometano.

A pesare sulla protesta è anche il paradosso della fragilità idrogeologica: gran parte dei terreni scelti per i nuovi insediamenti si trova in zone classificate come alluvionabili. Dopo i drammatici eventi che hanno ferito la Romagna, i cittadini si domandano come sia possibile localizzare impianti chimico-elettrici sotto tensione in aree esposte al rischio di allagamento.

Contestando la totale violazione del principio di equità territoriale, la comunità ha inviato una richiesta formale alle istituzioni e al Sindaco di Forlì, chiedendo un blocco immediato delle autorizzazioni in corso e l’apertura urgente di un tavolo di confronto per valutare l’impatto cumulativo delle opere. Per raccogliere adesioni, coordinare le prossime iniziative e mantenere i contatti con i media, i residenti hanno attivato un comitato locale direttamente sul territorio.