I giovani arrivano al mondo del lavoro già alienati da un sistema di comunicazione fatto soprattutto di sms ed e-mail

Nel lontano 1978 Primo Levi in La chiave a stella scrive: «L’amare il proprio lavoro, che purtroppo è il privilegio di pochi, costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che molti non conoscono».

Secondo l’Università di Harvard, in base a una ricerca che dura ininterrottamente da ben 82 anni, “ciò che rende felici gli esseri umani non sono né la ricchezza né la fama, i feticci della modernità. E’ la qualità delle loro relazioni”.

In ufficio circa l’80% dei giovani americani “si sente smarrito e infelice sul posto di lavoro”. A vivere malissimo il posto di lavoro, secondo uno studio dell’assicurazione sanitaria Cigna Corporation, sono “coloro che i sondaggi e le ricerche sociologiche identificano come Generation Z e Millennials: lavoratori , cioè, di un’età compresa fra i 20 e i 30 anni.” Si tratta dei “nativi digitali” che lo sviluppo tecnologico improvviso e intenso ha indotto a vivere, sin dall’infanzia, una “vita totalmente diversa rispetto ai propri genitori o di chi li ha preceduti”.

A metterli a disagio sono principalmente i colleghi più anziani: dai quali si sentono maltrattati e non adeguatamente valorizzati ed emotivamente distanti. Con loro non condividono né obiettivi né ansie. Per Douglas Nemecek direttore della ricerca di Cigna la colpa di tanta insoddisfazione non è dei lavoratori più anziani. I giovani infatti «arrivano al mondo del lavoro già alienati da un sistema di comunicazione fatto soprattutto di sms ed e-mail» e con la smania della connessione in continuo (anche quando attraversano la strada senza curarsi del traffico!). Peraltro «Sono meno informati. Meno aperti. Meno interessati a creare relazioni». Il senso di solitudine dei giovani impiegati sta diventando un problema sempre più serio: si abbassano le motivazioni. I valori aziendali sono sempre meno condivisi, mentre il senso di distanza reciproco «in un lasso di tempo piuttosto breve diventa contagioso». Una domanda: i nativi digitali, abilissimi nell’impiego di avanzate tecnologie, conosceranno mai la felicità nell’accezione di Levi e dell’Università di Harvard?