Giornali e televisione hanno contribuito alla creazione del falso mito dei cervelli in fuga

Nel decennio 2008-2018 secondo i dati di Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie) sono “circa 2milioni gli italiani che hanno abbandonato il nostro Paese in cerca di avvenire migliore”. In questi anni si è molto parlato di “cervelli in fuga”. La vulgata corrente è: le menti più brillanti del bel paese scelgono di andare a lavorare all’estero perché l’Italia offre poche possibilità. Giornali e televisioni hanno contribuito non poco alla creazione di un falso mito, secondo il quale l’Italia si sobbarca le spese di formazione sino alla laurea o alla specializzazione di “cervelli” che altri paesi utilizzeranno. E’ pur vero che i nostri brillanti laureati sono chiamati a lavorare all’estero da aziende multinazionali o università, ma si tratta di un esiguo numero. La fredda legge dei numeri ci dice (fonte ISTAT) che nel 2018 italiani emigrati all’estero sono stati poco più di 157.000. Un 30 % di laureati, un 35 % di diplomati e un 35 % senza un titolo di studio o con la licenza media. Dei 47.100 laureati solo il 10% (4.710) sono partiti con un contratto di lavoro o un assegno di ricerca.

Indipendentemente dal titolo di studio, chi emigra senza contratto non è raro che possa trovarsi a vivere una condizione di precarietà analoga a quella vissuta in patria. Il fatto è che nell’U.E. il lavoro inizia a latitare, sia pure in dimensioni ridotte rispetto all’Italia. Certo è che “fare il precario in Germania, Belgio o Francia è meglio che esserlo in Italia, non solo perché si guadagna di più ma anche perché le condizioni generali del lavoratore sono migliori”. Uno per tutti: i centri per l’impiego funzionano e fanno trovare lavoro non solo a termine.

In Italia invece è così forte il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro giovanile nel mercato occupazionale che una meritevole banca ha deciso di intervenire. Con il progetto Giovani e Lavoro offre infatti “formazione gratuita per circa 5mila under 30 nei settori per cui c’è un’alta richiesta di personale”.