Ospite a Forlì nell’ambito del convegno “Donne in Ricerca” organizzato dallo IOR

Mattinata di grandi contenuti quella vissuta sabato 14 dicembre in occasione del convegno “Donne in Ricerca. Eccellenze e difficoltà nell’esperienza italiana”, organizzato dall’Istituto Oncologico Romagnolo col patrocinio del Comune di Forlì, città dove si è svolto l’evento. Le 120 persone che hanno riempito la sala del Refettorio di San Giacomo in ogni ordine di posto hanno potuto assistere all’intervento del prof. Walter Ricciardi (disponibile anche all’indirizzo https://youtu.be/CN835dkC-Io) riguardante i temi d’investimento europei sulla ricerca oncologica che opererà nei prossimi sette anni il “Mission Board on Cancer”, organismo della Commissione Europea che il medico italiano presiede da ottobre 2019 essendo succeduto al premio Nobel per la Medicina 2008 Harald zur Hausen. Per prima cosa l’ex Presidente dell’Istituto Superiore della Sanità è entrato nel merito di quali siano i compiti dell’ente di cui è a capo, ovvero «canalizzare tutte le risorse umane, tecnologiche, finanziarie verso la conquista del cancro nei prossimi sette anni. Conquistare il cancro significa capire meglio quali sono i meccanismi che lo determinano; prevenirlo in tutte le sue manifestazioni, ovvero prima che insorga ma anche con una diagnosi precoce e tempestiva; curarlo e garantire questa cura a tutti gli europei, cercando di porre termine alle disparità di trattamento che ancora oggi sussistono tra i paesi; infine, aiutare quelli che vengono chiamati survivors, cioè le persone che hanno sconfitto o comunque convivono con questa patologia, a ritornare quanto prima possibile ad una vita normale e soddisfacente. Su questo ci saranno importanti investimenti perché per tutte e cinque le missioni sono stati stanziati circa cento miliardi di euro nei prossimi sette anni. I finanziamenti che noi stanzieremo non saranno dedicati solo alla ricerca, ma verranno utilizzati per attività di policy e per una serie di iniziative di comunicazione importanti per il coinvolgimento di tutti i cittadini europei».

Il prof. Ricciardi non poteva poi esimersi dall’offrire la propria opinione sull’ambito del tema del convegno, dimostrando come il nostro paese abbia ancora molta strada da fare. «Le eccellenze italiane risiedono soprattutto nelle persone: le nostre università, i nostri centri di ricerca, formano professionisti di grandissimo valore. Purtroppo la difficoltà è soprattutto quella di trattenerle da noi. Ad oggi molti paesi stanno investendo enormemente su ricerca e innovazione come asset strategici per lo sviluppo dei loro paesi e anche per il miglioramento della qualità e della quantità di vita dei propri cittadini: l’Italia non lo sta facendo. Siamo il fanalino di coda per questo tipo di investimenti non solo tra le grandi nazioni competitor: abbiamo una percentuale di ricercatori che in questo momento è inferiore a quella della Malesia. Questa è la situazione al momento: speriamo che questi finanziamenti europei ci facciano invertire la rotta per trattenere le eccellenze nel nostro paese e investire su ricerca e innovazione, soprattutto su quella ricerca e innovazione come quella in ambito biomedico che migliora la vita delle persone».

A proposito di eccellenze, prima dell’intervento del prof. Walter Ricciardi si erano succedute sul palco del Refettorio di San Giacomo due grandi giovani ricercatrici italiane, i cui studi nell’ambito della lotta contro il cancro sono stati pluripremiati: la dott.ssa Vincenza Conteduca, membro del gruppo di patologia Uro-Ginecologico dell’IRST IRCCS di Meldola, di ritorno dall’esperienza presso il Dana Farber Cancer Institute della Harvard University e vincitrice di ben tre Merit Award consecutivi per i risultati della sua attività sui tumori prostatici; e la dott.ssa Roberta Zappasodi, professionista cesenate dal 2013 di stanza al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, dove si occupa di immunoterapia e dei meccanismi alla base dell’attività degli immune checkpoints nel laboratorio dei prof. Jedd Wolchok e Taha Merghoub.

L’intervento della prima si è focalizzato soprattutto sul concetto di meritocrazia nel nostro paese. «Sembra assurdo dirlo ora, dopo tutti i riconoscimenti che l’ASCO ha attribuito alla mia ricerca, ma prima dell’IRST di Meldola avevo sostenuto vari concorsi in Italia ed ero sempre risultata la prima delle escluse – ha spiegato – in Romagna ho trovato dei professionisti esemplari da cui imparare molto, come il prof. Dino Amadori, presidente dell’Istituto Oncologico Romagnolo, e il prof. Giovanni Martinelli, Direttore Scientifico della struttura: ma soprattutto ho trovato un board che non solo ha valutato in maniera veramente meritocratica la mia persona, ma che ha deciso di investire forte su di me, mandandomi a fare esperienza in alcune strutture d’eccellenza mondiali affinché poi riportassi con me in Italia l’expertise maturato. È così che ho potuto lavorare all’Institute Cancer Research di Londra e alla Cornell University di New York, prima dell’ultima esperienza al Dana Farber di Boston».

La dott.ssa Zappasodi si è invece concentrata sul ruolo della donna nella ricerca scientifica oncologica. «Si tratta di un campo molto duro: non è facile conciliare vita privata e lavoro, specie quando si vuole essere al contempo madri, mogli e professioniste. Questo è vero non soltanto in Italia ma anche negli Stati Uniti: esistono molte donne che hanno raggiunto ruoli di leadership di grandi gruppi di ricerca e di divulgazione scientifica, ma la disproporzione rispetto agli uomini è ancora evidente ed è un tema molto sentito, specie dalle nuove generazioni. Quello che sicuramente mi piace sottolineare e che ritengo sia un tema da cui l’Italia potrebbe imparare dai colleghi d’oltreoceano è che negli USA non c’è solo maggior abbondanza di risorse, ma anche una miglior propensione verso il fallimento: la ricerca richiede tempi lunghi e non sempre porta ai traguardi sperati. In Italia spesso si pretendono esiti certi nel breve periodo: cosa purtroppo impossibile, soprattutto nel campo dell’oncologia. Il nostro paese dispone di minori risorse economiche, e su questo si può fare poco: quello su cui si può sicuramente migliorare è la poca propensione a vedere il fallimento come un’occasione di crescita e l’eccessiva fretta nell’aspettativa dei risultati».

Con il convegno “Donne in Ricerca. Eccellenze e difficoltà nell’esperienza italiana” si è chiuso l’anno delle celebrazioni del quarantennale dell’Istituto Oncologico Romagnolo, organizzazione no-profit che dal 1979 fa la differenza sul territorio per fornire risorse e tecnologie innovative alle oncologie del territorio, servizi gratuiti alla persona affetta da tumore e alle loro famiglie, e progetti di educazione e sensibilizzazione a corretti stili di vita tra i più giovani. «Un’attività che ha portato lo IOR a investire qualcosa come 72 milioni di euro – ha spiegato il Direttore Generale, Fabrizio Miserocchi – grazie soprattutto all’encomiabile lavoro svolto da un popolo di più di 1.000 volontari attivi. Sono loro il vero motore pulsante della nostra organizzazione: senza il supporto di questi donatori di tempo non saremmo potuti arrivare nel 2007 a fondare un istituto d’eccellenza riconosciuto in tutta Italia come l’IRST di Meldola, e non arriveremmo nel 2020 a creare a Cesena la prima struttura interamente dedicata alla prevenzione e alle medicine integrative per il paziente oncologico: un complesso che chiameremo PRIME Center, acronimo di Prevention Rehabilitation and Integrative Medicine, in cui offrire servizi riguardanti l’alimentazione, l’attività fisica, lo yoga, la mindfulness, la musicoterapia e altro ancora».