Simboliche manifestazioni a Torino, Saluzzo, Vicenza, Forlì, Rimini e Spoleto.

FORLI’ – Se la riforma prevista per le carceri è rimasta in un cassetto in attesa di un nuovo Governo, la Comunità Papa Giovanni XXIII non sta con le mani in mano e anzi si mobilita per mantenere alta l’attenzione. Nelle carceri la tendenza a commettere di nuovo dei reati, la cosiddetta recidiva, è molto alta: tra il 75 e l’80% dei casi. Ripensare il modello di integrazione e riabilitazione di chi deve scontare delle pene è un’alternativa sicuramente da valutare e l’esperienza che porta la Comunità Papa Giovanni offre un’ottima lettura in tal senso. Nelle Comunità di don Benzi, dove i detenuti fanno esperienza di servizio ai più deboli, i casi di recidiva si riducono drasticamente al 10%.

Anche a Forlì la Papa Giovanni Simbolicamente ha manifestato di fronte al carcere di via della Rocca per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione. Il percorso sembra comunque lungo anche alla luce dei recenti risultati elettorali. Proprio Lega e Movimento 5 Stelle hanno pesantemente criticato questa riforma.

 

QUALCHE NUMERO

La prima casa è stata aperta nel 2004. Ad oggi sono presenti 61 detenuti. Negli ultimi 10 anni sono state accolte 565 persone. Nel solo 2016 le giornate di presenza sono state 12.199. La riforma delle carceri si è arenata e la Comunità Papa Giovanni XXIII si mobilita per chiederne l’approvazione. Un momento di preghiera è stato promosso oggi dai volontari di don Benzi di fronte alle carceri di Torino, Saluzzo, Vicenza, Forlì, Rimini e Spoleto. La Comunità Papa Giovanni XXIII gestisce in Italia 6 Comunità Educanti con i Carcerati (CEC), strutture per l’accoglienza di carcerati che scontano la pena.

 

LA RIFORMA IN ATTESA DEI DECRETI ATTUATIVI

L’obiettivo generale è quello semplificare le procedure davanti al magistrato di sorveglianza, consentendo un più facile accesso alle misure alternative spingendo l’acceleratore sulla cosiddetta “giustizia riparativa”. La riforma prevede un incremento del lavoro dei carcerati all’interno e all’esterno delle strutture di reclusione e una valorizzazione del volontariato e dell’affettività, questo in modo da migliorare il percorso rieducativo dei detenuti e il loro reinserimento graduale nella società. Tutto ciò, ovviamente non riguarda chi è stato condannato all’ergastolo per mafia e terrorismo e i casi di eccezionale gravità e pericolosità. Per evitare, inoltre fenomeni come il proselitismo terroristico verranno avviati piani di integrazione rivolti in particolar modo ai detenuti stranieri. Maggiore attenzione sarà rivolto alle detenute madri e alla libertà di culto.