Lunetta di San Mercuriale

L’amministrazione comunale ha firmato un protocollo d’intesa per il recupero e ricollocazione delle Lunette di San Mercuriale nel chiostro

Mercoledì 10 aprile ore 18:00, nell’Abbazia di San Mercuriale torna la rassegna d’arte e di cultura “Un’Opera al Mese” promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Forlì, ideata da Stefano Benetti e realizzata dagli Amici dei Musei in collaborazione con il Servizio Cultura.
Quella di mercoledì 10 aprile è un’edizione straordinaria della rassegna: protagonista della serata, organizzata in collaborazione con la Curia, sarà infatti una delle 30 lunette che in origine decoravano il Chiostro di San Mercuriale e che raccontavano episodi della vita di San Giovanni Gualberto fondatore dell’Ordine Vallombrosiano, ordine a cui è riconducibile la realizzazione del Chiostro.
Si tratta senza dubbio di un evento eccezionale poiché il pubblico potrà riavvicinarsi ad un’opera dimenticata da tempo. La lunetta in questione è infatti una delle 19 lunette depositate da decenni presso il Seminario vescovile di via Lunga.

L’appuntamento di mercoledì sarà anche l’occasione della rinascita di queste 19 lunette che risultano deteriorate dal punto di vista conservativo. A spiegarne il motivo è il sindaco Gian Luca Zattini: “A seguito della riscoperta delle 19 lunette presso il Seminario – spiega il sindaco – da un confronto  tra noi, il nostro Vescovo, Monsignor Livio Corazza, e la Sovrintendenza di Ravenna, si è convenuto di restaurare e ricollocare le 19 lunette nel Chiostro, sede di origine. Per questo, mercoledì, durante l’appuntamento di “Un’opera al mese”, andremo a sottoscrivere un protocollo d’intesa con la Curia che prevede l’impegno dell’Amministrazione a finanziare tutte le operazioni di diagnostica, restauro e movimentazione del ciclo pittorico.”

“Il Complesso Abbaziale di San Mercuriale, costituito dalla Chiesa e dal Campanile di proprietà ecclesiastica, e dal Chiostro Vallombrosiano di proprietà comunale – precisa l’Assessore alla Cultura Valerio Melandri – oltre che emblema spirituale della Comunità, rappresenta un bene culturale di eccezionale interesse e rilevanza culturale. Con la riapertura della Rocca di Ravaldino – prosegue Melandri – che tornerà visitabile a partire da sabato 13 aprile dopo decenni di chiusura, e con il recupero delle lunette vallombrosiane e la loro ricollocazione nel Chiostro di San Mercuriale, intendiamo non solo rispondere ad una doverosa esigenza di recupero dei nostri beni culturali ma allo stesso tempo ampliare ulteriormente l’offerta culturale e turistica di Forlì”.

Nel Chiostro sono attualmente presenti 4 lunette in corso di restauro per mano di Viviana Mabel Turoni e Giorgio Garzaniti, nell’ambito del più generale recupero del Chiostro finanziato dal Comune.  

Al professor Francesco Salvestrini, docente di  Storia medievale presso l’Università degli Studi di Firenze ed esperto di monachesimo vallombrosano, sarà affidata la narrazione di mercoledì in San Mercuriale.
La lunetta che presenteremo in questa occasione – spiega il professor Salvestrini – fa parte di un ciclo decorativo che evoca la vicenda di san Giovanni Gualberto, fondatore e abate maggiore dell’Ordine benedettino vallombrosano, vissuto nel secolo XI. Egli fu uno dei protagonisti nella lotta alla corruzione del clero, e in particolare al fenomeno da lui ritenuto eretico di compravendita delle cariche ecclesiastiche (simonia). Per tale motivo meritò l’attenzione e l’ammirazione postuma di pontefici come Gregorio VII e contribuì a diffondere le istanze di una restaurazione morale che fu alla base delle rivendicazioni papali negli anni della cosiddetta Lotta per le Investiture (ca. 1073-1122). I suoi figli spirituali, che presero il nome dal loro primo insediamento sulla Vallis Ymbrosa, situata sul Pratomagno fiorentino, dopo la morte del padre avvenuta nel 1073 si diffusero soprattutto nell’Italia settentrionale (ma anche in Umbria, Sardegna e Corsica), alla quale li legava la consonanza di intenti con l’analogo movimento rigorista dei patarini milanesi. Tuttavia essi conobbero una particolare affermazione in Romagna, dove fra l’altro ereditarono, col favore episcopale, il grande monastero di San Mercuriale di Forlì, all’epoca separato dalla città dal corso del fiume Rabbi. Si trattava di un edificio molto antico, forse risalente al V secolo, e legato alla memoria del presule paleocristiano Mercuriale. I Vallombrosani occuparono il complesso all’epoca del vescovo Alessandro tra il 1160 e il 1190, facendone uno dei principali templi cittadini. Con questo gesto l’ordinario diocesano si privò del controllo diretto di una chiesa che giunse a rivaleggiare per dimensioni e prestigio con la stessa cattedrale, a dimostrazione della fama che, come religiosi riformatori, questi monaci toscani si erano guadagnati. I Vallombrosani annoveravano fra le loro specificità l’accoglienza di pellegrini e viaggiatori, anticipando istanze pastorali e di vicinanza al popolo dei fedeli che li distinsero dalla tradizione benedettina e li avvicinarono alle famiglie dei frati mendicanti (principalmente francescani e domenicani) emerse nel secolo XIII. Grazie alla protezione delle autorità municipali i contemplativi accrebbero il complesso edilizio e lo dotarono di importanti opere d’arte, fra cui il maestoso campanile che ricorda quello di San Marco a Venezia e il grande chiostro quattrocentesco in forma di ampio quadriportico, che nel XVII secolo venne impreziosito dalle lunette oggetto di rinnovata attenzione. Il monastero divenne un sito fondamentale nelle strategie politiche dell’ultimo importante abate maggiore vallombrosano, il fiorentino Biagio Milanesi (1444 ca.-1523), in funzione della sua alleanza con Girolamo Riario (fra gli ispiratori della celebre Congiura dei Pazzi) e gli altri signori della Romagna contro lo strapotere di Lorenzo de’ Medici, che aveva fatto incetta di monasteri vallombrosani e delle loro prebende per dotare il proprio figlio Giovanni, giovanissimo cardinale e poi papa Leone X.
Il monastero di San Mercuriale – conclude Salvestrini – è stato e rappresenta ancora oggi una delle più importanti e imponenti chiese della Romagna, costituendo uno dei simboli più eloquenti della città di Forlì. Tuttavia questo sito fu anche veicolo di contatti religiosi e politici con numerose realtà esterne, a partire dalla vicina Toscana per giungere a Roma e alla Sede Apostolica”.