Assieme al caso storico di una rara patologia neonatale ha dato vita a lavori presentati in convegni internazioinali

Il primo caso storico di una rara patologia neonatale e la cosiddetta green mummy, la mummia verde di Bologna. Sono questi i primi frutti della collaborazione tra Ausl Romagna Cultura e il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna: due importanti studi pubblicati e presentati a convegni nazionali. Coinvolte anche le unità Operative di Anatomia Patologica, Radiologia e Medicina Nucleare dell’ospedale di Forlì.

Un marzo denso di successi scientifici per l’equipe che si occupa di paleopatologia, nata dalla collaborazione tra il gruppo AUSL Romagna Cultura e il Dipartimento di Beni Culturali dell’ Università di Bologna, sede di Ravenna.

 

La misteriosa storia della mummia di Bologna

Proprio martedì è stato presentato un poster scientifico dal titolo “Locked in a copper box? the mysterious story of the “green mummy” of Bologna” al congresso internazionale INART 2018 (3rd International Conference on Innovation in Art Research and Technology), in cui  la professoressa Maria Grazia Bridelli, dell’Università di Parma, si è fatta portavoce del gruppo di ricerca composto dal Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Informatiche dell’Università di Parma, Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna, Laboratori di Antropologia Fisica e DNA Antico, sempre dell’Università d Bologna, UO di Anatomia Patologia e UO di Radiologia e Medicina Nucleare dell’AUSL Romagna, ambito di Forlì.

Il secondo prodotto scientifico è un articolo pubblicato proprio sul numero 181 (issue March 2018) della Paleopathology Newsletter, dal titolo “A probable case of Spondylocostal Dysplasia (Jarcho-Levin Syndrome) from 18th century northern Italy”, che vede la collaborazione, fra le altre istituzioni, del Laboratori di Antropologia Fisica e DNA Antico, sempre dell’Università d Bologna e delle UO di Anatomia Patologia e UO di Radiologia e Medicina Nucleare dell’AUSL Romagna, ambito di Forlì.

 

Avviato uno studio sperimentale

“Si tratta di due significativi esempi di efficace collaborazione interdisciplinare tra specialità diverse  – spiega il prof. Mirko Traversari, primo nome dell’articolo e ultimo nome del poster – Nel caso del poster, insieme ai medici forensi, abbiamo studiato le evidenze che lo studio chimico fisico (condotto da Maria Grazia Bridelli) e istologico (condotto da Luca Saragoni) evidenziavano, mentre lo studio antropologico classico è stato sviluppato in stretto contatto con l’indagine paleoradiologica, settore in cui, grazie ad una consolidata collaborazione, l’UO di Radiologia di Forlì vanta già una certa esperienza per opera di Mauro Bertocco, Enrico Petrella e Sara Piciucchi. Inoltre, grazie alle ipotesi diagnostiche fornite da Luca Saragoni, abbiamo avviato uno studio sperimentale, coordinato da Susi Pelotti e dai suoi collaboratori dell’Istituto di Medicina Legale di Bologna, che, una volta concluso, contiamo di pubblicare”.

 

Studio su una paziente del XVIII secolo

“Per quanto riguarda l’articolo – continua Traversari- abbiamo affrontato una rara patologia, in ambito archeoantropologico, denominata sindrome di Jarcho-Levine. L’articolo, allo stato attuale delle conoscenze, si pone come primo caso storico codificato di questa patologia neonatale, trattandosi di un “paziente” del XVIII secolo”.  Questo tipo di studi è  estremamente significativo e utile,  perché pone al ricercatore quesiti che necessitano di un approccio integrato e condiviso, ed ha anche una ricaduta sulla salute pubblica moderna, perché fornisce ai medici nuovi dati circa l’evoluzione, nel lungo periodo, di specifiche patologie, o impone affinamenti tecnico-diagnostici su particolari tipologie di tessuti, che si possono incontrare in ambito forense”.