“La parola ‘clandestino’ serve a fotografare la realtà. Non ci si rifugi dietro una carta deontologica”

«Quando una classe politica si rifugia dietro forme di censura, significa che non riesce più ad attirare il consenso dei cittadini.» Il capogruppo regionale della Lega Nord, Alan Fabbri, è lapidario nel commentare l’ultima uscita della vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini, a proposito di un “vademecum” che dovrebbe servire per contrastare “disinformazione e false notizie”.

Tradotto: portare anche nelle scuole le linee guida che dovrebbero servire a contrastare “l’odio” fomentato da certi tipi di linguaggi. «Viene da chiedersi se questo fantasioso “vademecum” non sia soltanto un modo per impedire ai cittadini di aprire gli occhi, dal momento che agli operatori della comunicazione viene ormai impedito di utilizzare un termine che, invece, serve a fotografare una realtà: la parola “clandestino”. Se un cittadino straniero arriva da noi senza controlli e in modo abusivo e si accerta che non ha alcun diritto di asilo o protezione internazionale, come lo si dovrebbe chiamare?»

La Regione si rifugia dietro ai contenuti della Carta di Roma, adottata come strumento di “controllo deontologico” sul lavoro degli operatori della comunicazione, ma la Lega prepara la sua controffensiva, con un prossimo question time in Assemblea legislativa. La Carta di Roma, per intendersi, attacca il carattere “discriminatorio” di certa informazione, invitando in sostanza a bandire il termine “clandestino”, tra le altre cose. «Proibire ai giornalisti di proferire parole indesiderate è una forma di censura. Riteniamo che ciascuno debba essere libero di esprimersi come ritiene – incalza Fabbri – per consentire il pluralismo e al cittadino di formarsi una coscienza. Vietare termini “scomodi” non è il modo di agire. Se l’Ordine dei giornalisti non è d’accordo, forse è venuto il momento di cancellarlo. Facciamo come nei paesi anglosassoni – dice Fabbri – e lasciamo che la libera professione sia esercitata senza questo organismo ormai compassato.»

Un’ultima stoccata arriva a Gualmini e all’assessore Petitti, dopo che il membro della segreteria dell’assessorato di quest’ultima, Brahim Maraad, responsabile del centro islamico riminese in cui erano passati alcuni jihadisti, «è venuto a Bologna, a fine giugno, per fare la morale in un corso di formazione organizzato dalla Fondazione dell’Ordine dei giornalisti e patrocinato dalla Regione. Siamo al limite del paradosso – sottolinea Fabbri – e non saranno certe persone ricche di contraddizioni a limitare la nostra libertà di espressione. Brahim Maraad controlli quello che viene detto nel suo centro islamico, prima di venire a dettare raccomandazioni da noi.»