Contro la disoccupazione le università avviano corsi di imprenditorialità

L’onnivora continua crescita tecnologica ha fatto sì che il lavoro dipendente – operaio, impiegatizio e perfino manageriale – si sia rarefatto. Sempre più spesso ci accorgiamo quanto sia vera l’affermazione inglese “if you can describe your job, it will be automated” che si può tradurre in “se riesci a descrivere il tuo lavoro, sarà automatizzato”. La globalizzazione, “con la corsa internazionale alla massima efficienza” per ridurre i costi e rimanere sul mercato, ha contribuito ad investire oltre misura nella automatizzazione. Molti posti di lavoro un tempo indispensabili la digitalizzazione imperante li ha resi “non più necessari”. Il lavoro di bassa qualificazione e quindi di altrettanta bassa retribuzione continua ad esserci; si tratta nella generalità dei casi di lavoro non gradito perché disagiato: all’aperto, sporchevole, intermittente, a “chiamata”, notturno, festivo ecc.

Per contrastare il fenomeno della disoccupazione anche del laureato, l’università ha avviato attività e percorsi per avvicinare gli studenti al tema dell’imprenditorialità e per sviluppare il loro talento imprenditoriale. Con la creazione di una impresa può essere messo a frutto, in termini di business, quanto appreso e sviluppato nel corso dell’intero percorso di studi per quanto attiene, in particolare, a “ricerca & innovazione”. E’ noto che il consumatore debba soddisfare bisogni sempre più mutevoli e personalizzati.

Diventare “imprenditore di sé stesso” è duro e impegnativo. Bene ha fatto l’università ad attivarsi! Cristian Silvagni, nuovo imprenditore di 28 anni afferma: «Non conosco nessuno della mia età che possegga un’azienda. E’una scelta coraggiosa soprattutto se hai dei dipendenti ai quali, a fine mese, devi garantire uno stipendio. Loro “dipendono da te”, è una grande responsabilità».

A fine intervista mette a confronto  il lavoro imprenditoriale e dipendente. A domanda risponde: «C’è un momento in cui, dopo aver avviato l’attività ti chiedi: ma chi me l’ha fatto fare? Il lavoro da dipendente è impegnativo, ma non richiede programmazione futura e non costringe al rischio di inventare sempre qualcosa di nuovo. Invece a me capita spesso di tornare a casa dopo dodici ore in azienda e continuare a pensare a come migliorare le nostre performance. Immagino che non tutti riescano a sopportare a lungo tanta pressione».