Per aumentare il benessere e lo sviluppo sarebbe opportuno aumentare il numero dei lavoratori regolari

Si è svolto a Roma, dal 28 novembre al 1° dicembre, il 62° congresso della SIGG Società Italiana di Gerontologia e Geriatria che aveva come motto “Gli anziani: le radici da preservare”. Nel corso dei lavori Nicolò Marchionni, professore ordinario dell’Università di Firenze e direttore del dipartimento Cardiovascolare dell’Ospedale Careggi, ha affermato: “Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-50 di 30 anni fa.” Ha proposto quindi di alzare “l’asticella dell’età a una soglia adatta alle aspettative di vita nei paesi con sviluppo avanzato. I dati demografici ci dicono che in Italia l’aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto alla prima decade del 1900”. In estrema sintesi: in Italia si diventa anziani dopo i 75 anni, atteso che i maschi attualmente vivono in media fino a 81 anni e le femmine a 85.

La vulgata corrente è che un lavoratore maturo ruba, per così dire, il posto a un giovane. Con “quota 100” si è allora inventato una sorta di mantra che recita: “Mandiamo in pensione 400mila vecchi [di 62 anni! n.d.r.] e produrremo 400 mila posti per i giovani.” Ciliegina sulla torta è spuntato poi il divieto di cumulo fra pensione e redditi di lavoro superiori a cinquemila euro/anno, per incoraggiare il ricorso al “lavoro nero” e per scoraggiare l’auspicabile “invecchiamento attivo”. In Italia “lavorano regolarmente circa 23,3 milioni di persone per un tasso totale di occupazione del 58 % dei soggetti in età di lavoro. Nelle classifiche sui tassi di occupazione totale, femminile e giovanile […] fa peggio di noi solo la Grecia”. Per aumentare il benessere e lo sviluppo sarebbe quanto mai opportuno aumentare il numero dei lavoratori regolari atteso che “Non esiste un Paese al mondo che rinuncia all’esperienza di gente di 60–65 anni”. Secondo i dati Eurostat “nei Paesi dove gli anziani lavorano di più anche il tasso di occupazione dei giovani è più elevato, viceversa dove gli ultra 55enni lavorano meno come in Italia anche i giovani sono molto più disoccupati”.