12 dicembre 2019 - Forlì, Cronaca, Società

L'Associazione Mazziniana ha ricordato Giovanni Arfelli

Venne ucciso dai fascisti nel 1923 quando aveva 18 anni

L'Associazione Mazziniana Italiana (A.M.I.), Sezione Giordano Bruno di Forlì, ha voluto ricordare Giovanni Arfelli (1905-1923), giovane repubblicano ucciso dai fascisti in occasione del novantaseisemo anniversario della morte. Alcune socie e soci, nonché amici del sodalizio, coordinati dalla presidente Rosella Calista, si sono ritrovati al numero civico 161 di corso Mazzini dov'è collocata una lapide,  posta il 9 dicembre 1945, che riporta questa scritta: "EDERA ALL'OCCHIELLO / E UN EVVIVA ALLA REPUBBLICA / PARVERO / CRIMINE DEGNO DI MORTE / ALLA BANDA FASCISTA / CHE / QUI / LA SERA DEL 9-XII-1923 / IMMOLÒ / LA FIORENTE GIOVINEZZA / DI / GIOVANNI ARFELLI".

Nell'occasione è stato ricordato Enrico Pardolesi, scomparso qualche anno fa, che annualmente faceva collocare una corona di alloro sulla stessa lapide, tradizione continuata per un decennio da Gino Garoia. Si deve invece allo storico forlivese Elio Santarelli, deceduto nel 2005, la ricostruzione di un drammatico periodo della storia di Forlì, e non solo, che ha come elemento conduttore l'attacco condotto dai fascisti contro quella larga parte dei repubblicani che mantenevano la propria opposizione  al partito di Mussolini e alla monarchia che proprio dal 1923 significò la devastazione o la conquista dei circoli cittadini e del circondario. Nel marzo del 1923, in seguito al ferimento dello squadrista Plinio Pesaresi, si verificò la prima occupazione della nuova sede del Circolo Mazzini, fra le sedi più maestose dell'intera organizzazione. Seguirono altre violenze nei mesi successivi fino ad arrivare al tragico 3 dicembre dello stesso anno quando a Forlimpopoli si verificò uno scontro armato fra repubblicani e fascisti. Scrive Elio Santarelli nel libro "Cronache del fascismo nella città del Duce", pubblicato nel 2016 dall'A.M.I. locale: "Ben tre caduti: i repubblicani Giovanni Artusi e Carlo Roncucci, colpiti dal pugnale dello squadrista Anselmo Melandri che, a sua volta, veniva freddato dalle revolverate di un altro repubblicano, Vincenzo Monti. Prendendo a pretesto l'uccisione di Melandri, gli squadristi completavano il quadro delle devastazioni o delle occupazioni dei circoli e delle organizzazioni economiche ancora esistenti. Veniva infine occupato il Circolo Mazzini, trasformato, in una delle sue sale, in camera ardente delle spoglie del loro caduto". Il "Mazzini" rappresentava un baluardo nell'organizzazione del Partito Repubblicano forlivese, che insieme alla Consociazione romagnola, costituiva uno dei punti di forza del partito a livello nazionale.

La situazione in città e nel partito diventò ancor più drammatica quando il successivo 9 dicembre 1923 veniva assassinato in corso Mazzini il diciottenne repubblicano Giovanni Arfelli e ferito l'amico Federico Laghi. Se i vertici del fascismo locale si dichiararono rammaricati per il "nuovo sangue versato" e invitarono gli aderenti di "evitare ogni litigio e di essere disciplinati, sull'organo del Partito Repubblicano, "Il Pensiero Romagnolo" dell'8 dicembre, uscito in formato ridotto e ormai clandestino, denunciava che "Una frazione si sostituisce ai poteri di tutela: organizza aggressioni  compie ogni sorta di soprusi; ferisce, uccide, incendia, viola il diritto di proprietà". E commentando l'imponente manifestazione fascista per il funerale di Melandri e l'assoluto silenzio nei confronti della memoria di Artusi e Roncucci, il giornale avanzava una "dignitosa protesta" denunciando il fatto che i sindaci di Forlì e di Forlimpopoli, avendo affisso manifesti, non indicavano "una parola di rimpianto per i due caduti repubblicani". Aggiungeva, inoltre: "Nel manifesto del sindaco di Forlì, il quale fa invito alla pacificazione, si dice che Melandri è caduto per difendere il proprio ideale: gli altri due poveri morti, che sono stati sepolti quasi clandestinamente, per cosa sono caduti? Le loro famiglie non hanno forse diritto a nessun conforto?"
Altre parole indignate furono scritte nel numero del Pensiero Romagnolo del 15 dicembre 1923 per deplorare con estrema fermezza e amarezza l'assassinio di Arfelli, i cui funerali furono improvvisamente sospesi con ordinanza del Prefetto che generò un profondo sdegno. Infatti, secondo le cronache dell'epoca "improvvisamente si formò spontanea una imponente colonna di donne del popolo, che si avviò verso la Piazza Saffi, ove trovasi la Prefettura (gli uffici erano posti al primo piano del Palazzo Comunale, lato destro, ndr), decisa di portare alle Autorità la sua angoscia, la espressione della sua alta protesta contro la violenza e l'inaudita proibizione". Nell'occasione i reali carabinieri e la milizia fascista fermarono con la forza il grande corteo, mentre, come ha ricordato Rosella Calista, il brutale omicidio verrà ricordato durante gli anni della dittatura con un motivo popolare che veniva cantato ritmandolo col battere degli zoccoli delle filandaie quando il controllo dei capi fabbrica era meno ossessivo. Per assistere ad una nuova manifestazione di donne forlivesi occorrerà invece aspettare la fine della dittatura e quasi per intero un conflitto mondiale, ha sottolineato Gabriele Zelli, e in particolare il 27 marzo del 1944 quando le operaie delle fabbriche forlivesi scesero in piazza per salvare la vita a 10 giovani renitenti alla leva, che si erano sottratti all'obbligo di presentarsi per combattere dalla parte della Repubblica Sociale Italiana voluta da Benito Mussolini, dopo che cinque ventenni erano stati fucilati per le stesse ragioni il 24 marzo in via Ripa, all'interno di quella che era la Caserma Ferdinando di Savoia.  
Ecco perché occorre fare memoria della storia cittadina, dagli eventi più rilevanti a quelli marginali, se si vuole capire chi siamo e l'origine del nostro contesto quotidiano e della nostra cultura antifascista.  

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