22 luglio 2019 - Forlì, Agenda, Economia & Lavoro

L’allarme di Confagricoltura: “Il climate change fa crollare la resa dei cereali in Emilia-Romagna”

I dati dell’associazione indicano un -25% per il frumento duro, -15% per il tenero, mentre cresce del 10-15% l’orzo

Trebbiatura quasi ultimata e Confagricoltura regionale traccia il bilancio di un’annata cerealicola piuttosto deludente, per dare una salutare sferzata al comparto in vista della campagna 2019-2020. “Con questi chiari di luna – sottolinea la presidente Eugenia Bergamaschi – è evidente che non possiamo più permetterci di coltivare cereali senza seguire la coltura fin dall’inizio, sfruttando le tecniche e gli strumenti innovativi a disposizione. C’è un solo modo per contrastare l’effetto del climate change e confermare l’Emilia-Romagna – continua l’imprenditrice modenese - seconda regione d’Italia per produzione di cereali con circa 260.000 ettari coltivati, in crescita del 3-4% rispetto all’anno precedente: più agronomia (incluse le lavorazioni del terreno per facilitare il deflusso delle acque) e specializzazione (precision farming, digitalizzazione e big data); attenzione alla scelta varietale; seme certificato e concia di qualità». Poi avverte: «Il prezzo non si governa, però possiamo aumentare la resa produttiva quindi la PLV-produzione lorda vendibile, riducendo i costi e migliorando la qualità, attraverso investimenti mirati finalizzati a integrare innovazione e competitività. Il che significherebbe recuperare un’adeguata marginalità”.

L’associazione degli imprenditori agricoli lancia così un messaggio ai produttori di cereali, per lo più scoraggiati dal pessimo risultato 2019. Il cambiamento climatico ha minato la stagione cerealicola, soprattutto nei primi giorni di maggio con piogge intense e grandinate accompagnate da forti raffiche di vento e con temperature notevolmente sotto la media stagionale; gli stessi fenomeni hanno interessato il territorio, a macchia di leopardo, anche da fine giugno a metà luglio.

I dati

Tutto ciò ha determinato una drastica riduzione della resa su una superficie complessiva di 260.000 ettari coltivati così suddivisi: 176.000 ha a tenero (cioè un 7% in più rispetto al 2018); 60.500 ha a duro e 23.500 ha a orzo. Di cui 67.500 ha nella provincia di Ferrara e 58.000 ha in quella di Bologna; segue Ravenna con 31.500 ha e Piacenza e Modena con rispettivamente 26.500 e 25.500 ha. Poi Forlì-Cesena e Rimini con 20.000 ha; Parma, 17.000 ha e Reggio Emilia, 14.000 ha.

“È un bilancio pesante per il comparto cerealicolo regionale. Il frumento duro ha registrato nell’anno un calo produttivo vicino al 25%; più contenuta la flessione del tenero pari al 15% (approssimativamente le varietà precoci sono andate meglio delle tardive). In netta controtendenza si è attestato l’orzo che è cresciuto del 10-15%. Parentesi nefasta, poi, per il grano biologico con una perdita di PLV fino al 90%”, precisa nel dettaglio Lorenzo Furini, presidente dei cerealicoltori di Confagricoltura Emilia Romagna.

L’analisi articolata fa riferimento alle diverse colture cerealicole e relative rese per ettaro: “L’allettamento del frumento duro nella delicata fase della fioritura (un danno che ha colpito il 7% circa della superficie regionale), ha pressoché azzerato la produzione in quell’area; nel complesso il peso specifico è stato inferiore alla media dell’anno scorso a causa degli allettamenti avvenuti nelle successive fasi fenologiche; infine l’eccesso idrico ha spinto la diffusione di varie patologie fungine (in particolare fusariosi e volpatura), con ripercussioni sulla destinazione finale del prodotto e probabili svalutazioni economiche in relazione alla classe merceologica di riferimento. La resa del frumento duro si è fermata mediamente a 50-55 quintali a ettaro contro i 70 del 2018. Anche per il tenero è diminuita nell’anno da 75-80 a 65-70 q/ha. Inoltre c’è il rischio che le varietà a seme affette da patologie fungine come il ‘Fusarium nivale’ danneggino persino le prossime semine”.

Il dirigente di Confagricoltura, con azienda cerealicola in provincia di Ravenna, ribadisce quindi che sarà fondamentale utilizzare seme certificato e proveniente da conce industriali. E conclude con una nota di merito, “un plauso alle strutture di stoccaggio che hanno suddiviso al meglio partite così disomogenee in funzione delle diverse caratteristiche qualitative”.

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