16 luglio 2019 - Forlì, Cronaca

Lo Stelloncino - Cuneo fiscale e salario minimo

I datori di lavoro per far fronte all’aumento del costo del lavoro potrebbero decidere di non fare contrattazione

Per anni e anni ci hanno ammanito che per aumentare l’occupazione fosse necessario “ridurre il cuneo fiscale”. La riduzione sembrava essenziale per rendere più competitive le imprese e dare maggior potere d’acquisto ai lavoratori. Con l’espressione cuneo fiscale si intende “la somma delle imposte – dirette, indirette o sotto forma di contributi previdenziali – che pesano  sul costo del lavoro”. In modo più semplice può essere definito “la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda, e quanto il dipendente riceve”. La classifica delle differenze, secondo Taxing Wages, per i 35 Paesi OCSE – Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa - vede al primo posto Belgio (52,7 %) al secondo Germania (49,5 %) al terzo l’Italia col (47,9 %) e al quarto la Francia col (47,6 %). Mentre per Belgio, Germania e Francia il valore del cuneo fiscale è in diminuzione, in Italia è in aumento: nel 2005 era infatti al 45,9 %. La proposta di fissare per legge, in Italia, la retribuzione lorda minima a 9 € l’ora secondo le elaborazioni del Consiglio nazionale del consulenti del lavoro farà aumentare il cuneo fiscale del 20 %. Ben si capisce allora come la proposta non abbia ottenuto l’adesione dei sindacati dei prestatori di lavoro e dei datori di lavoro.

Secondo l’economista di OCSE Andrea Garnero la proposta non rappresenta valida soluzione per un paese in cui il tasso di occupazione, della classe di età 15-64 anni è del 57,7 % a fronte del 68,1 % dell’UE, mentre potrebbe essere forse «mediamente efficace contro la povertà».

Il centro studi Lavoro & Welfare, presieduto dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, ritiene che si vogliano svuotare i contratti nazionali. In sintesi: i datori di lavoro per far fronte all’aumento del costo del lavoro potrebbero decidere di non fare contrattazione, limitandosi ad applicare quanto la legge prescrive. Al verificarsi di tale ipotesi “a perderci sarebbero proprio i lavoratori” che col minimo retributivo si vorrebbero beneficiare. Mediante la contrattazione infatti “welfare aziendale, servizi di ricollocamento e di formazione dei lavoratori, assicurazioni sanitarie, stanno diventando una parte sempre più importante delle retribuzioni”.

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