28 aprile 2016 - Forlì, Cultura, Società

Put people ahead of vehicles. But not in Forlì

Immaginate di essere al volante e che dopo pochi chilometri la strada che state percorrendo si innesti su un binario ferroviario, mentre arriva un treno.

È una della vignette più popolari e condivise tra chi si occupa di mobilità, e di ciclabilità in particolare.

Perché descrive e stigmatizza il modo di concepire, progettare e realizzare le infrastrutture ciclabili, un po’ in tutto il mondo, Italia inclusa.

Nonostante lo storico legame tra l’Italia e la bicicletta, questa viene percepita non come mezzo di trasporto, come veicolo - qual è - funzionale agli spostamenti quotidiani, e perciò degno di attenzioni e spazi adeguati, ma come ospite indesiderato della carreggiata stradale.

La bicicletta, vedendo come sono fatti la gran parte dei nostri itinerari ciclabili, sembra essere considerata indegna di avere infrastrutture che assicurino continuità, riconoscibilità, attrattività, come prescritto dalle stesse norme.

Spesso i percorsi sono ritagliati negli spazi stradali di risulta, da contendersi con i pedoni, che non godono certo di maggiore considerazione.

Il che non contribuisce a “favorire e promuovere un elevato grado di mobilità ciclistica e pedonale, alternativa all’uso dei veicoli a motore”, come vorrebbe la norma e come auspicato da più parti - dall’OMS, all’ONU, alla UE - per migliorare la vivibilità dei centri urbani e la salute degli abitanti.

 

A Forlì gli esempi negativi si sprecano.

Prendiamo la rotatoria di viale Roma/via Buonarroti/viale de’ Calboli, realizzata nel 2014, e, a quanto pare, destinata ad essere “re-inaugurata” dall’amministrazione, a seguito di non precisati lavori in esecuzione.

 

Mi ci ha fatto ripensare una chiaccherata di alcuni giorni fa con una giovane mamma, tornata a Forlì dopo diversi anni passati in Francia, che lamentava le difficoltà ad affrontarla sia in bici che a piedi spingendo il passeggino.

Come me anche lei si chiede, un po’ stupita e un po’ scandalizzata (spesso vivere all’estero rende più difficile tornare in sintonia con le logiche italiane) , il motivo di un intervento del genere, peggiorativo rispetto alla situazione precedente.

Peggiorativo per ciclisti e pedoni, ma, in teoria, migliorativo per chi si sposta in macchina; e questa considerazione vale come risposta al “perché hanno fatto questo?”.

 

Per realizzare la rotatoria al posto dell’incrocio a raso - che forse aveva bisogno di essere reso più agibile e sicuro per pedoni e ciclisti, non certo più spazioso per le auto - piste ciclabili e marciapiedi sono stati recisi di netto.

I pedoni vengono convogliati sulla pista ciclabile e indirizzati insieme ai ciclisti verso un attraversamento solo pedonale, con tanto di segnale di fine pista ciclabile.

Dove al ciclista non resta che scendere e spingere la bici a mano per attraversare.

Questa soluzione, molto praticata dai nostri tecnici, genera molti più problemi di quanti ne risolva, arrecando fastidio a pedoni e ciclisti e senza alcun miglioramento nella sicurezza, visto che in queste condizioni attraversare la strada è ancora più rischioso.

Gli attraversamenti pedonali su via Buonarroti e viale de’ Calboli sono arretrati abbastanza da lasciare la possibilità alle auto in uscita dalla rotatoria di prendere velocità, in situazione di scarsa visibilità reciproca (inoltre questa, come molte altre rotatorie, consente alte velocità anche in ingresso).

Quelli su viale Roma, vista la doppia corsia in entrata e la larghezza sia della carreggiata, che dell’anello, sembrano fatti apposta per creare la tipica situazione di pericolo: auto che rallenta e/o si ferma per lasciare attraversare e quella dietro immediatamente la supera, travolgendo chi si trova sulle strisce.

Le rotatorie dovrebbero funzionare “in accodamento”, mentre la maggior parte sono realizzate per favorire l’accumulo all’interno, la velocità di attraversamento, il sorpasso (che è vietato dal Codice della Strada, anche in presenza di più corsie).

L’attraversamento di via Buonarroti per di più finisce praticamente addosso ad una aiuola, proprio nel punto dove arriva la pista ciclabile, di fronte all’ingresso del Liceo Classico.

Il marciapiede lato scuola di via Buonarroti è strettissimo, e in molti punti non rispetta nemmeno i minimi di legge; ma la disposizione a spina di pesce del parcheggio consente la sosta di un maggiore numero di auto. Tutto bene, quindi.

E completamente fuori legge e fuori da qualsiasi logica è pure il marciapiede lato scuole su viale Roma, dove tra transenne e rastrelliere, brutte e scomode, gli spazi pedonali sono impraticabili e sostanzialmente inesistenti.

 

Anche la qualità dei lavori eseguiti è decisamente bassa, con scivoli arrangiati alla meno peggio, asfalto già in disfacimento, aiuole e cordoli fatti per rendere ancora meno facile camminare.

Lo stato di manutenzione (perennemente) carente completa il quadro.

 

Nonostante la presenza di una scuola, di una farmacia e di diversi esercizi pubblici e commerciali si è proceduto con la consueta logica: prima le auto.

La gerarchia pedone-ciclista-trasporto pubblico-trasporto privato che gerarchizza lo spazio stradale per importanza viene completamente ribaltato.

Allontanando ulteriormente Forlì dalle buone pratiche europee, che con sempre maggiore convinzione ed efficacia applicano il principio: progettare le città per le persone e non per le auto.

 

Non basterà agghindare qualche rotatoria o mettere qualche lampioncino per riscattare la deleteria politica autocentrica che Forlì persegue da decenni.

 

P.S. il titolo fa riferimento alla Dichiarazione di Brema, che potete leggere QUI.

 

Giancarlo Romanini

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