31 luglio 2014 - Forlì, Cesena, Cronaca, Politica, Società

La Provincia della precarietà

Dipendenti blindati fino ad ottobre poi tanta incertezza così come sulle funzioni del prossimo consiglio

ROMA – Prorogare i contratti a tempo determinato in scadenza per gli impiegati delle province in attesa della definitiva trasformazione degli enti territoriali.

A questo obiettivo puntava l’emendamento proposto dal PD, cercando di garantire la continuità dei servizi ancora erogati dalle Province, tra cui spiccano gli oggigiorno affollatissimi centri per l’impiego.

 

Il progetto si è arenato ed i contratti saranno prorogati solo fino all’insediamento delle nuove amministrazioni provinciali, cioè entro il 12 ottobre 2014.

“In questo modo – commenta Lattuca - viene vanificata ogni possibilità di proroga per il 2015. Come primo firmatario dell’emendamento, con il sostegno Ministro Madia e del Sottosegretario Rughetti, posso assicurare che ci impegneremo per arrivare ad una soluzione entro alle fine di quest’anno, probabilmente con la legge di stabilità".

 

Questa situazione è solo la punta dell’iceberg del monolite Province, declassate, denigrate, ma mai scomparse o chiuse completamente, in linea con li modo di fare tutto italiano del tentennamento, alimentando l’immobilismo che inchioda il paese ormai da troppo tempo.

 

Esiste una forte contraddizione in termini parlando di abolizione delle province e per chiarire il concetto è bene tenere presente che nel Paese c’è un consigliere provinciale ogni 14 mila abitanti per un totale di circa 4500 consiglieri che fino a poco tempo fa svolgevano un ruolo politico di raccordo tra territori e Regioni.

 

Una volta svuotate le funzioni politiche, per risparmiare, rimane in piedi un l’annoso problema delle competenze. Il Governo si è accorto infatti di aver assegnato a questi Enti sempre più incarichi togliendoli a Comuni e Regioni: si è intervenuti sui primi per evitare che le regole fossero difformi sul più vasto territorio della provincia e sui secondi per riavvicinare i servizi stessi ai cittadini.

 

Non di meno è da ricordare che alle Province è stato assegnato anche qualche pezzo zoppicante della stessa macchina statale e a tal riguardo basti pensare alle molte strade una volta di competenza dell’Anas, oggi letteralmente affibbiate agli enti territoriali, il tutto senza le risorse necessarie per gestirle.

 

A chi passeranno tutti questi oneri a cui si devono aggiungere le funzioni di garanzia alla sicurezza della popolazione, la prevenzione e la gestione dei rischi idrogeologici e sismici, la gestione degli istituti di istruzione superiore e altro ancora per un elenco lungo e imbarazzante?

 

Dal Governo arriva allora una frenata brusca e conclamata: “Le funzioni che, nell’ambito del processo di riordino sono attribuite dalle Province ad altri enti territoriali continuano ad essere esercitate fino alla fine dell’effettivo avvio di esercizio da parte dell’ente subentrante”. Ciò mette le Province in una condizione di “gestione provvisoria”.

 

Allo stato attuale la situazione non cambierà di molto visto che la nuova amministrazione che si dovrà insediare non ha al momento la più pallida idea sulle competenze e i ruoli precisi che dovrà svolgere.

Ciò che pare chiaro, sempre secondo il decreto Del Rio, è che allo scranno di presidente possono correre i sindaci e i consiglieri provinciali uscenti, mentre al ruolo di consigliere potranno aspirare anche i consiglieri comunali attualmente in carica.

 

Di oggi le parole del presidente “protempore” Massimo Bulbi che attraverso una nota si dice turbato della discussione in atto per la nomina del nuovo “governatore provinciale”, che riapre di fatto lo storico antagonismo tra Forlì e Cesena.

 

“Pare, infatti, che tutto si stia concentrando solo su una mera questione di campanile, ovvero: la Presidenza deve tornare al forlivese, perché il cesenate ce l’ha da vent’anni. E’ davvero questa la preoccupazione che deve animare il dibattito?” fa sapere Bulbi, il quale sostiene che nei suoi due mandati di squilibri tra territori non se ne sono mai verificati.

 

L’ipotesi di vederlo nuovamente in gara non si pone nemmeno ed è lo stesso presidente uscente che lo dichiara senza mezzi termini: “Io penso di aver già dato e non sono in corsa, come qualcuno ha scritto, per succedere a me stesso; non posso, però, non rilevare quanto scarsa sia stata, almeno fino ad oggi, la volontà di ragionare su come far funzionare al meglio un ente che avrà, comunque, delle competenze importanti da gestire”.

 

L’idea di una corsa agli incarichi nella nuova Provincia, dunque, lascia il tempo che trova e sembra più una questione di forma che di sostanza. D’altra parte, candidarsi ad un ruolo per la gestione di un organo di secondo livello le cui funzioni sono “congelate” e delle quali non si è ancora deciso il futuro, più che un salto nel buio o una prova di coraggio sembra un ritorno alla vecchia politica, quella delle poltrone riciclate.

 

Enrico Samorì

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