15 maggio 2013 - Forlì, Cronaca, Società

Celati flussi a SiRoScape e Centro Culturale San Francesco

All'innovazione Responsabile, architettura e arte si intrecciano raccontando l'acqua

FORLI’ – E’ uno studio nato a Venezia che per contingenze di vario tipo si è trasferito a Forlì; Camilla Fabbri ed Alessandro Tricoli lavorano sul territorio, a Venezia e in parte anche con l’università della città veneta. Questa, per sommi capi è la dimensione in cui si muove SiRoScape, realtà nata quasi due anni fa, dalla collaborazione tra la “romagnolissima” Camilla e il “siciliano” doc Alessandro: da qui viene l’acronimo SiRo. I due si occupano di un’architettura a 360 gradi, spaziando dalla grafica alla progettazione e immergendosi nell’arte. Proprio dall’arte nasce l’incontro e il connubio con Elena Hamerski, fondatrice del collettivo Apolidi.

SiRoScape si offre quest’anno come contenitore per l’Innovazione Responsabile, uno spazio, più che suggestivo, che si riempirà di “celati flussi”. Marco Servadei, architetto e curatore del progetto di allestimento, spiega da dove prende le mosse il tema: “Si tratta di un flusso nascosto che non si mostra all’interno della città. Il tutto nasce dal ruolo dell’acqua all’interno della città contemporanea. Legandoci al tema della sostenibilità ci siamo domandati che ruolo abbia l’acqua in una città sostenibile. La nostra riflessione ci ha portato a pensare che in una città come Forlì, l’acqua sia respinta ai margini e sempre più eliminata dalla scena urbana”.

Arte e riflessione occuperanno gli spazi del villino di inizio 900, con un bellissimo giardino all’italiana, di SiRoScape in via Oreste Regnoli, ma anche il chiostro del Centro Culturale San Francesco si trasformerà in uno spazio nuovo. Se nel giardino all’italiana saranno allestite 8 box illuminate, contenenti le opere di altrettanti artisti che si sono confrontati con il tema dell’acqua, al Centro San Francesco verrà allestita invece un’installazione sul pozzo che trasformerà la location in una scenografia perfetta per le performance di Elena Hamerski e Matteo Lucca.

Veniamo ora proprio ad Elena, artista ed elemento chiave del collettivo Apolide di cui lei stessa ci parla: “Siamo nati a settembre – spiega - come collettivo che raggruppa una serie di artisti di estrazione, provenienza, campi d’azione e competenze diverse. Il collettivo si presenta a Forlì con il suo primo lavoro che verte innanzitutto nella reinterpretazione di quegli spazi, non abbandonati, che hanno tuttavia perso nel tempo la loro originaria destinazione d’uso”. Insieme ad Elena abbiamo conosciuto anche Martina Esposito, altro membro del collettivo che fin da subito si è dimostrata entusiasta del progetto e soddisfatta di questa collaborazione dove tecniche, materiali e visioni si fondono in commistioni ed influenze creative che arricchiscono ed evolvono il bagaglio artistico di tutti loro. Diversi come i nomi degli artisti coinvolti nel progetto: da Alessandro Ruggeri a Stefano Ricci, passando per Matteo Mangherini; poi c’è Elena, Martina ed altri volti ancora legati anche da un altro filo comune, oltre a quello dell’arte:le relazioni.

Il tema dei legami sembra particolarmente fiorente anche in SiRoScape, che ha promosso e supportato con molta passione l’allestimento per l’Innovazione Responsabile. Queste collaborazioni, che possono apparire quasi del tutto casuali, parlano di legami che si creano, si sfilano e si riallacciano. Se Camilla e Alessandro si sono conosciuti ai tempi dell’Università e Marco Servadei è un amico di vecchia data, Elena è stato un incontro avvenuto alla Biennale di Venezia; Stefano Ricci si è aggiunto alla lista dei contatti proprio nel corso degli “open studio” organizzati nella passata edizione dell’Innovazione Responsabile.

In una dinamica di relazioni “in progress”, la cui manifestazione di oggi è quella dell’allestimento artistico ma che nel futuro potrebbe sfociare anche in altri progetti, cosa significa innovare responsabilmente? “Nel campo dell’architettura significa da un lato guardare avanti e dall’altro non cancellare le tracce del passato”, risponde con prontezza Alessandro. “Si è costruito tantissimo – gli fa da eco Camilla - troppo, e ora ci sono interi quartieri e città in cui troviamo solo il vuoto. Se un architetto è responsabile deve lavorare dentro ad edifici già esistenti”. Anche  Marco ha una sua opinione di innovazione e la sintetizza così: “Progettare il futuro guardando al presente senza fare campagne di retorica”. Se chiediamo poi, osando, come sarà tra vent’anni Forlì, Camilla con tanto ottimismo ci dice: “Forlì sta facendo delle piccole scelte, che paiono poca cosa per chi ci abita ma per persone come me, rientrate solo due anni fa, la riqualifica è evidente. Sì, i negozi in centro sono chiusi ma non è un problema del solo il centro storico forlivese; è una tendenza comune ad altre realtà italiane”. Forlì è così, o si odia o si ama. Come invertire quindi la tendenza? A questa domanda, quasi all’unisono, Alessandro, Camilla e Marco rispondono: “Pedonalizzare il centro storico. Servono due o tre anni per farlo: è il tempo fisiologico per abituarsi a questa importante novità. E’ una scelta che funziona in tutti i casi e sono tanti gli esempi che lo dimostrano”, parola di architetti.

 

Enrico Samorì

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