23 luglio 2012 - Forlì, Cultura, Arte, Società

Ultima settimana di apertura della mostra su Boccaccio e Flavio Biondo

 

Centinaia le firme che affollano il registro della mostra dal titolo “La fortuna di Giovanni Boccaccio e Flavio Biondo nel Cinquecento”, in cartellone alla biblioteca Aurelio Saffi dal 18 maggio, che chiuderà i battenti sabato 28 luglio.

«Una grande soddisfazione per tutti coloro che hanno partecipato all’organizzazione della mostra» ha commentato la responsabile dei fondi antichi della biblioteca comunale Antonella Imolesi Pozzi. «Siamo stati un po’ penalizzati nelle prime settimane: la chiusura delle scuole di lì a pochi giorni non ci ha aiutati. Ma in compenso abbiamo accolto i ragazzi di alcuni centri estivi, che sono venuti anche da località lontane come Cusercoli».

Giovanni Boccaccio e la Romagna. La mostra intende far luce sul legame tra Giovanni Boccaccio e Forlì. La responsabile dei fondi antichi della biblioteca comunale ha creato la mostra con il preciso scopo di illustrare quanto grande e quanto profondo fosse questo legame. «Esiste una corrispondenza fittissima tra il Boccaccio e Checco di Meletto Rossi, che era il segretario di Francesco Ordelaffi». Da questa corrispondenza si apprende il legame che Giovanni Boccaccio aveva stretto con i circoli umanistici forlivesi, il che contiene una doppia informazione: se da un lato, infatti, questi documenti permettono di scoprire un lato poco noto della vita intellettuale del Boccaccio, dall’altro lato questa corrispondenza rende evidente la presenza, a Forlì, di circoli umanistici. Boccaccio, in ogni caso, intratteneva rapporti diplomatici con Forlì soprattutto in quanto ambasciatore del governo fiorentino. La presenza di Boccaccio in Romagna è meno nota rispetto a quella di Dante Alighieri, che aveva soggiornato sia a Forlì che a Ravenna e aveva anche citato alcuni romagnoli illustri nella Commedia.

Curiosità interessante: il Decameron di Boccaccio fu edito a Venezia da due stampatori forlivesi, i fratelli Giovanni e Gregorio de Gregori. «È noto che l’opera finì nelle maglie della censura per le immagini abbastanza scandalose che accompagnavano l’edizione» prosegue Antonella Imolesi Pozzi. «La vera grandezza del Decameron era l’apporto linguistico. Era talmente grande, per l’epoca, che riuscì a superare anche la censura» si trattava di un testo altamente innovativo: «Rappresenta, di fatto, l’inizio del genere novellistico. Venne anche allegato anche un vocabolario, perché molti termini erano neologismi».

Flavio Biondo. Accanto al fiorentino Giovanni Boccaccio, la mostra ospita una sezione dedicata alle opere e ai manoscritti dell’umanista forlivese Flavio Biondo. L’opera che contraddistingue Flavio Biondo è certamente L’Italia Illustrata, un codice manoscritto del quindicesimo secolo, frutto del continuo peregrinare dello scrittore per l’Italia in cerca di un mecenate da servire.

«Flavio Biondo nasce a Forlì, ma trascorre gran parte della sua vita alla corte di Papa Eugenio IV, in qualità di cancelliere. Alla morte di questi, cade in disgrazia e deve abbandonare il suo lavoro». Inizia così un lungo viaggio per Flavio Biondo, che lo porta a visitare gran parte delle corti e degli staterelli in cui era frazionata l’Italia del tempo. «È proprio in quel periodo che nasce l’idea de L’Italia Illustrata, un’opera enciclopedica che non si basa solo sulle misurazioni dei grandi geografi della classicità» spiega Antonella Imolesi Pozzi «ma soprattutto su fonti di prima mano». Un testo, quindi, che oggi potremmo definire “sociologico”, in cui emerge l’idea dell’Unità d’Italia sulla base delle comuni origini linguistiche. In questo senso, Flavio Biondo può essere considerato sia un uomo del Rinascimento, sia un precursore del Risorgimento. «Era un po’ l’idea umanistica di Petrarca» aggiunge Antonella Imolesi. Per realizzare l’opera, Biondo chiede ai grandi e piccoli signori del tempo di mandargli informazioni sul territorio, sugli usi e i costumi. L’Italia Illustrata è, quindi, un assemblaggio di tante informazioni che impegna Flavio Biondo per molti anni. Muore senza riuscire a vederla pubblicata. È il figlio Gaspare che rimedia, pubblicando l’opera che diventa, per lungo periodo, una fonte imprescindibile per gli intellettuali del tempo.

La stampa. La mostra ha un’importanza peculiare anche sotto il profilo “tecnico”. «Le esposizioni di questo tipo» ha continuato Antonella Imolesi Pozzi «ci permettono di illustrare le tecniche e l’evoluzione che la stampa ha avuto nel corso dei secoli». La stampa a caratteri mobili, nota in Oriente fin dal tredicesimo secolo ma sconosciuta in Europa fino alla metà del 1400, ebbe un impatto rivoluzionario sia sull’editoria, che di fatto diventava un processo industriale, sia sulla diffusione della cultura. È, infatti, anche per effetto di una maggiore produzione e diffusione dei libri che il Rinascimento italiano può essere considerato il periodo di maggior sviluppo della cultura italiana in epoca moderna.

 

(Michele Dori)

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