13 giugno 2012 - Forlì, Agenda, Cronaca, Cultura, Arte, Società

“Novecento. L’arte in Italia tra le due guerre”

Secondo capitolo del Dittico forlivese dedicato al Novecento, il prossimo anno al San Domenico

Con “Wildt, l’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt”  ha avuto inizio il Progetto Novecento, ideato e attuato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì: un percorso di riflessioni e indagini lungo un biennio, che il prossimo anno vedrà la mostra “Novecento. L’arte in Italia tra le due guerre”(dal 2 febbraio al 16 giugno 2013) - un insieme di progetti ed eventi collaterali - per rileggere il Novecento Forlivese , il rapporto fra  la Forlì razionalista, protagonista del Novecento in quanto “città del Duce” , e il Novecento Italiano, Europeo e Mondiale, e soprattutto per rileggere  il Novecento tout court, in tutte le sue espressioni artistiche.

Si tratta di un “Dittico Forlivese” dedicato al Novecento italiano ed europeo, ha evidenziato più volte Gianfranco Brunelli, coordinatore del Comitato Scientifico delle mostre del San Domenico.

Il Novecento ha cambiato il volto della città di Forlì e del suo territorio più di quan­to non avessero fatto i secoli precedenti. La modernizzazione intravista alla fine del Settecento e avviata lungo l’Ottocento, anche grazie al processo di unificazione na­zionale e di industrializzazione nel periodo post unitario, esplode nel Novecento. For­lì diviene città novecentesca soprattutto nel periodo tra le due guerre con l’avvio dei piani regolatori: gli interventi sulla struttura urbana antica (le piazze); i grandi manu­fatti di edilizia pubblica (gli uffici statali, le poste, il tribunale, le scuole, gli asili); la si­stemazione dell’asse urbano tra la nuova stazione ferroviaria e Piazzale della Vitto­ria. È la realizzazione della “city fascista”, della “Città del Duce”.

 Ma più complessiva­mente, nella prima metà del Novecento, la città e il suo territorio sono posti al cen­tro delle vicende nazionali. Del Novecento Forlì  è stata protagonista, fin nella sua dimensione tragica.

“Basta guardare Piazza Saffi, che sembra un quadro di De Chirico, per non avere alcun dubbio che Forlì è una città, anzi una capitale del Novecento”, da sempre  sottolinea il Professor Antonio Paolucci.

Dopo la mostra “ Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt”, primo semantico pilastro del “Dittico Forlivese”,  la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con il Comune di Forlì, intende approfondire a 360 gradi un altro momento dell’arte del Novecento. La mostra comprende quasi un trentennio: dalla fine del primo decennio del Novecento  alla Seconda Guerra Mondiale. Ma il fuoco è sugli Anni Venti e Trenta.

“Il Novecento ci ha messo molto a spuntare . L’Ottocento non poté finire che nel 1914. Il Novecento non comincia che poco dopo la guerra”, così scriveva Bontempelli, uno dei massimi esponenti della cultura del Novecento.

Lo stesso Bontempelli che nel 1926 , insieme a Curzio Malaparte, diede vita ad una delle riviste più importanti del Secolo Breve, “900Cahiers d'Italie et d'Europe . Suggestione che , insieme al film Novecento di Bernardo Bertolucci ,  ha ispirato il titolo di questa prossima mostra del San Domenico.

Il “campo” offerto da questo progetto espositivo consente di mettere in luce tutte le tendenze, i movimenti, le avanguardie, i protagonisti, i temi, procedendo non secondo una sequenza cronologica, ma per polarità dominanti.

Ne emerge un clima, uno spaccato di vita, di costume, che ben ritrae quegli anni e che coinvolgerà anche le nuove arti: il cinema, la moda, le arti grafiche e decorative; così come prende nuova luce il confronto sull’istanza morale dell’arte, svolto soprattutto nel dibattito delle riviste.

Ci si dedica, con i debiti confronti nazionali e internazionali (a partire da Picasso) alla pittura e alla scultura tra le due guerre: “Il nuovo Rinascimento Italiano”, come lo chiamò Margherita Sarfatti, intendendo allora l’esperienza del   gruppo “Novecento” .

Ma oggi quella stessa espressione può forse raccogliere l’insieme, seppur disomogeneo, di tutte quelle linee di tendenza che si confrontarono, si giustapposero e si susseguirono all’ombra del regime , segnando una profonda fase di rinnovamento delle arti in Italia.

Si tratta infatti di un periodo che presenta al proprio interno diversi momenti: dalla pittura metafisica di “Valori Plastici”, al cosiddetto “Ritorno all’ordine”, al Realismo Razionale, all’arte celebrativa del Regime. I nomi sono quelli di Boccioni, Balla, Sironi, Soffici, Prampolini, Carrà, Severini, Savino, De Chirico, De Pisis, Morandi, Casorati, Funi, Campigli, Donghi, Martini, Rosai, fino a Pirandello, Maccari, Mafai, Manzù , Guttuso.

 

Da un lato la mostra intende rievocare le principali occasioni in cui gli artisti, pensiamo all’architettura pubblica, alla pittura murale e alla scultura monumentale, si prestarono a celebrare l’ideologia e i miti proposti dal Fascismo.

Apposite sezioni rievocheranno la Prima e la Seconda Mostra del Novecento Italiano (rispettivamente datate 1926 e 1929), organizzate da Margherita Sarfatti; la grande Mostra della Rivoluzione Fascista allestita a Roma nel 1932-1933, in occasione del decennale della Marcia su Roma; ancora, la Quinta Triennale di Milano, che ha visto la consacrazione della pittura murale , vista come un’arte nazional-popolare che faceva vivere una tradizione illustre; la rassegna dell’E42 a Roma, che ha segnato una profonda trasformazione nell’urbanistica e nell’immagine stessa della capitale. Mentre ancora la pittura murale e la scultura monumentale vengono indagate all’interno dei cantieri pubblici, come i Palazzi di Giustizia, le Poste, le Università .

La considerazione delle più impegnative realizzazioni urbanistiche, come la Piazza della Vittoria a Brescia o la nuova città di Littoria, consente di capire quanto è stato realizzato a Forlì.

La mostra affronta anche il legame culturale e formale con la prospettiva razionalista e il dibattito sul classicismo in architettura e nell’urbanistica. Nella razionalizzazione dei vecchi centri storici, nel ripensamento dei rapporti tra città e campagna, nella fondazione di città nuove si manifesta una visione plurale che tenta una sintesi nuova tra monumentalità e modernità.  L’architettura ne è la protagonista e la pittura, con la ripresa della dimensione murale e del mosaico, il partner privilegiato. “Edificare senza aggettivi, scrivere a pareti lisce”, l’ammonimento di Bontempelli, la norma.

La mostra presenta un percorso suddiviso in quattordici sezioni che toccano i temi affrontati nel Ventennio dagli artisti che hanno aderito alle direttive del Regime, partecipando al concorso e accettando le commissioni pubbliche, e quelli che hanno partecipato a quel clima, alla ricerca di un nuovo rapporto tra le esigenze della contemporaneità e la tradizione, tra l’arte e il pubblico: la maternità, la tradizione, il ritorno al mito, il mare, la terra, la grande urbanistica.  Fino ad arrivare alla crisi de quel rapporto, nella più ampia tragedia nella quale venne trascinato il Paese.

Fra le opere presenti  in  mostra, saranno esposte anche altre sculture di Wildt, diverse da quelle viste quest’anno al San Domenico.

Desiderio dei curatori sarebbe quello di poter aver in mostra il “Silvana Cenni” di Casorati (1922), uno dei dipinti più significativi del Novecento, per poterlo così confrontare con la “Madonna della Misericordia” di Piero della Francesca, proprio a dimostrazione del fatto, come insegna il Professor Antonio Paolucci, che l’opera d’arte rappresenta un determinato sistema di relazioni ,  l’opera d’arte dev’essere concepita e studiata come relativa, ossia nel suo contesto di relazioni a 360 gradi, perché così, di fatto, nasce ed ha ragion d’essere.

Prendendo a riferimento, ancora una volta - e  non sarà l’ultima -  le parole di Bontempelli : "I pittori che più attraggono i nostri gusti di novecentisti, che meglio corrispondono con la loro alla nostra arte, sono pittori italiani del Quattrocento: Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca. Per quel loro realismo preciso, avvolto in un'atmosfera di stupore lucido, essi ci sono stranamente vicini".

La mostra “Novecento. L’arte in Italia fra le due guerre” sarà curata, sotto la guida illuminata del Professor Antonio Paolucci, da Fernando Mazzocca, Anna Villari, Maria Paola Maino, coordinati come sempre dall’infaticabile Gianfranco Brunelli, l’alfiere delle Grandi Mostre del San Domenico.

L’allestimento, come negli anni precedenti, sarà a cura dello Studio Lucchi & Biserni.

 

(Chiara Macherozzi)

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