3 giugno 2012 - Forlì, Cultura, Società, Spettacoli

Quando la musica live trionfa sul playback: l’eccezione delle Vocine Nuove.

 

Il Festival delle Vocine Nuove di Castrocaro, che si è tenuto sabato scorso, ha visto il supporto musicale dal vivo della band del Maestro Giuseppe Zanca, formata dallo stesso Zanca al basso elettrico, Stefano Paolini alla batteria, Paride Agatensi alla chitarra, Massimiliano Rocchetta al pianoforte, Daniele Greggi al sassofono e alle tastiere. Ma si tratta ormai di una rarità. Soprattutto nei concorsi si preferisce il playback. Intervista al Maestro Giuseppe Zanca.

 

Maestro, perché si usa il playback?

La motivazione principale per cui si usa il playback, soprattutto in diretta televisiva, è che spesso, se c’è qualche problema, non ci sono i tempi tecnici per sistemare le cose. La paura di non avere un audio di qualità spinge diversi programmi a preferire la musica registrata. Se non c’è la diretta, invece, si può sistemare tutto in un secondo momento.

C’è però da dire che negli anni Sessanta, i concerti di Carosone venivano trasmessi dal vivo. E i mezzi, ovviamente, erano assai meno precisi e anche meno rapidi rispetto a quelli di cui oggi disponiamo.

In Rai si preferisce il playback o il live?

C’è il playback, ma si usa anche tanto il live. I programmi che passano all’ora di pranzo hanno una band live. Carlo Conti, quando fa “I migliori anni” ha sempre a sua disposizione una band live. E lì i tempi sono abbastanza stretti per regolare le cose. In America si usa molto la musica dal vivo. Il noto programma di Jay Leno, per esempio, ne fa un largo uso.

Quando si è cominciato ad usare massicciamente il playback?

Per gli spettacoli dal vivo si è cominciato negli anni Settanta ad usare le basi. Sergio Endrigo, Mia Martini, durante i concerti, nascondevano il registratore, perché era una grande umiliazione far vedere che si utilizzavano le basi. Anche nei concerti di alto livello, come quelli di Renato Zero si è cominciato, da un certo punto in poi. ad utilizzare le basi. Si crede che chi ascolta è talmente abituato al disco da voler sentire le stesse sonorità anche durante i concerti. E questo è sbagliatissimo. Quando c’era Pino Daniele che faceva concerti live, le sonorità che tirava fuori avevano tutto un altro fascino. La gente era rapita da queste nuove sonorità. C’era più linfa, più traino. In fondo, a che serve il live? Serve a dare quel qualcosa in più. Se suoniamo sempre in playback, le tournées sono identiche, data dopo data. Come si può costruire una vera cultura musicale in questo modo?

A lei è mai stato chiesto di suonare in playback?

No, per fortuna.

Qual è il rischio principale nell’uso delle basi, secondo lei?

Il rischio maggiore è che ai musicisti non venga più riconosciuta una giusta valorizzazione. Ci sono musicisti, soprattutto quelli che vengono dal conservatorio, che magari hanno studiato per anni. Tutta la loro professionalità viene svilita dalla base.

Veniamo alle Vocine Nuove. È il primo anno che si decide di usare la musica live al posto delle basi?

No, questo è il quarto anno. E c’è da dire che anche per i bambini il complesso che suona è un valore aggiunto. Le madri vanno sempre via contentissime dopo che i loro figli hanno cantato con noi: esibirsi con una vera band è anche un modo per permettere ai piccoli di crescere professionalmente, cosa che è impossibile con la base.

 

(Michele Dori)

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