138 aziende metalmeccaniche in crisi. La Fiom denuncia: «Ammortizzatori sociali sono usati male».

 

50 nell’industria e 88 nell’artigianato: tante sono le aziende metalmeccaniche del forlivese che si trovano in crisi. Con la formula “azienda in crisi” si intende quell’attività produttiva che ha attivato un ammortizzatore sociale: cassa integrazione ordinaria, straordinaria o contratti di solidarietà.

Delle 50 aziende in crisi nell’industria, 35 ricorrono alla cassa integrazione guadagni ordinaria e 12 a quella straordinaria, ma sono solo 3 quelle che hanno attivato i contratti di solidarietà. A fine gennaio erano appena 38 le industrie metalmeccaniche in crisi. Nell’artigianato, invece, erano 43, contro le 88 di oggi. Nel totale, i lavoratori interessati da uno dei tre ammortizzatori sociali nella metalmeccanica sono 3268, che rappresentano il 40 per cento della categoria.

Molto preoccupato il segretario della sezione forlivese della Fiom Bulgarelli: «Da gennaio 2012 ad oggi c’è un aumento dell’uso degli ammortizzatori sociali. La crisi non sta passando. Anzi, si aggrava. Un aumento delle aziende e dei lavoratori coinvolti. Ma c’è un fatto che mi preoccupa ancora di più: all’aumento delle aziende coinvolte, non c’è un aumento così significativo del numero dei dipendenti. A gennaio, nell’industria c’erano 2400 lavoratori coinvolti in 38 aziende, oggi siamo a poco più di 2600 lavoratori in 50 aziende. Questi dati nascondono che c’è una riduzione degli occupati. Prima dell’inizio della crisi, stimavamo in 8500 i lavoratori dell’industria a Forlì; oggi siamo intorno ai 7000».

Altro dato allarmante riguarda le retribuzioni in arretrato: sono 470 i lavoratori che percepiscono la paga oltre l’ultimo giorno del mese successivo a quello in cui dovrebbero riceverla. «Stando così le cose» ha proseguito Michele Bulgarelli «se un lavoratore volesse licenziarsi, potrebbe farlo e avrebbe dalla sua parte la cosiddetta giusta causa, fornitagli dalla sostanziale inadempienza contrattuale dell’impresa».

Bulgarelli è certo che serva un grande piano di rilancio del sistema Paese, con investimenti pubblici e privati. «Si può fare solo a livello centrale» ha dichiarato il leader Fiom «ma a livello locale si può fare anche altro. Un uso migliore degli ammortizzatori sociali, ad esempio. Come nel caso Electrolux, con gli operai che lavorano sei ore e le altre due sono coperte dalla cassa integrazione». E rispolvera un vecchio motto anni settanta: «Lavorare meno, lavorare tutti».

«Il problema» ha aggiunto Bulgarelli «è che la cassa integrazione viene anche usata per risolvere la questione degli esuberi. Il ragionamento è “ti metto fuori in cassa integrazione così tu sei il primo della lista dei licenziati”».

Cgil e Fiom si chiedono, a questo punto, cosa c’entri la discussione sull’articolo 18. Bulgarelli è estremamente critico, in tal senso: «Bisogna pensare a sviluppare lavoro, non a tornare indietro di quarant’anni sui diritti dei lavoratori. C’è questa tendenza a far passare tutto con la scusa dell’emergenza».

Il segretario della Cgil di Forlì Paride Amanti mette l’accento anche su altri due problemi: «Il primo è che non bisogna solo utilizzare meglio gli ammortizzatori sociali. Bisogna proprio cominciare ad utilizzarli, perché alcune aziende medio-piccole intraprendono subito la strada dei licenziamenti individuali». Il secondo aspetto riguarda l’Imu: «Sarà devastante. La prima casa, comprata coi risparmi di una vita, sarà gravata di una tassa che la identifica come un bene di lusso».

 

(Michele Dori)

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