Secondo appuntamento con la rassegna cinematografica “Sculture di Cinema”.

Protagonista della serata il "Vincere" di Marco Bellocchio

Secondo appuntamento con la rassegna cinematografica “Sculture di Cinema”.

Sarà la volta di Marco Belloccio  e del suo “Vincere”, pellicola del 2009 riguardo al quale il registra ha dichiarato al Corriere della Sera: “Sarà un film politico con una continua contaminazione della finzione con il repertorio. Il Mussolini del mio film ricorda l’Alessandro de ‘I pugni in tasca”, che si realizza uccidendo madre e fratello”.

L'appuntamento è per giovedì 31 maggio alle ore 21.00 al cinema Saffi nella rassegna che spazia da Wildt, Bresson, Bellocchio e Dreyer.

Partendo da alcune opere esposte nella mostra, che saranno commentate dal critico d’arte Alessandra Righini, Sculture di cinema cercherà di far emergere quanto una scultura e un film pensano, perché non perché non sono solo le parole che pensano. Si vorrebbe considerare una buona volta risolta, o comune poco interessante, la questione riguardante lo statuto di questa o quella espressione artistica, e affondare invece, fino a dove si è in grado di farlo, con tutti gli strumenti analitici di cui si dispone, nel vivo dell’opera d’arte stessa.

Al termine della proiezione il film sarà commentato dal giornalista del Corriere Romagna, Pietro Caruso.

 

Il film:

“Siamo agli inizia del secolo e un giovane socialista rivoluzionario incontra casualmente una donna passionale come lui, Ida Dalser. Quel giovane si chiama Benito Mussolini. Lei lo seguirò nella sua azione politica, assecondandone i cambiamenti di rotta e giungendo fino a spogliarsi di tutto per consentirgli di fondare il proprio giornale, “Il Popolo d’Italia”. Gli darà anche un figlio che verrà chiamato Benito Albino e sarà riconosciuto dal padre. Ida però dovrà scoprire che il suo matrimonio, avvenuto in chiesa, ha molto meno valore di quello che Mussolini ha contratto civilmente con Rachele Guidi, da cui ha avuto la figlia Edda. L’ascesa dell’uomo politico è inarrestabile così come la sua decisione di escludere dalla propria vita sia Ida che il bambino. La donna cercherà di autoconvincersi che si tratti solo di una messa alla prova che non potrà che risolversi in senso positivo. Invece significherà per lei e suo figlio la morte in ospedale psichiatrico circondati da una cortina di oblio. Marco Belloccio affronta una pagina di storia italiana misconosciuta. La notizia era apparsa negli anni cinquanta su “La settimana Incom illustrata” ma pochi vi avevano prestato credito perché in quell’epoca i falsi memoriali su malefatte degli esponenti del fascismo inondavano le redazioni. Mentre la follia diviene sempre più collettiva e partecipata nel Paese, ci suggerisce Belloccio, diviene quasi indispensabile che la normalità venga trattata come devianza. Mentre l’Italia corre verso il baratro della seconda guerra mondiale, la Dalser e suo figlio vengono fatti precipitare nella clausura degli istituti. Dove non basterà l’ammonimento dello psichiatra. “Questo non è il tempo di gridare la verità. E’ il tempo di tacere, di recitare una parte. Chi non sarà disposto a piegarsi non può che essere stroncato oppure, come accade nell’immagine più intensa del film, non può che arrampicarsi su sbarre via d’uscita per gettare nella neve lettere che mai nessuno leggerà.

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