3 marzo 2012 - Forlì, Agenda, Cultura, Eventi, Arte

La poesia di Pini incanta al Monte di Pietà

Nella cornice del Palazzo di Residenza della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, inaugurata sabato “Poesia di Romagna”, la personale del Professore Giovanni Pini, a cura di Rosanna Ricci, Paola Mettica, Antonio Nannini e promossa dai suoi allievi della Terza A- anno 1974- del Liceo Classico Torricelli di Faenza.

Dopo l’omaggio reso dall’associazione culturale “Forlì-Faenza” alla mostra su Wildt con il percorso espositivo dedicato all’ “Ars Sacra in Romagna nel Primo Novecento”, il Palazzo del Monte di Pietà ospita la personale di un artista che si è confrontato con tutte le esperienze artistiche più significative del secolo scorso, dalle Avanguardie Storiche all’Art Brut.

Giovanni Pini , nato a Bologna nel 1929, ha frequentato gli studi classici per poi laurearsi in Lettere Antiche all’Università di Bologna. Allo studio dei classici - ha tradotto dal greco il Panàrion di Epifanio – ha sempre unito l’amore per il disegno e la pittura, cui si è dedicato sin da giovane, pur senza mai frequentare scuole ad indirizzo artistico, perseverando in questa attività anche nel corso di tutti gli anni in cui è stato docente di greco e di latino nei Licei di Fermo, Cesena e infine, Faenza.  

Lasciato l’insegnamento nel 1989, Pini si è dedicato totalmente all’arte e dipinge tuttora, nella soffitta del casale in cui vive, nella campagna di Solarolo. In tutti questi anni, ha allestito varie personali ed ha partecipato a mostre collettive, ottenendo lusinghieri successi.

Il Professor Pini - con la modestia che lo contraddistingue - si autodefinisce quasi sommessamente “autodidatta e artigiano”, ma é più che altro un homo faber di rinascimentale memoria, per la sua forma mentis,  la sua cultura classica ed il suo modus pingendi. Infatti, nel corso di questi anni ha cantato una sua ben definita poetica, sperimentando e coniando particolari tecniche.

Pini si fa cantore della natura, della sua Romagna, realizzando soluzioni pittoriche di grande fascino: i paesaggi delle campagne e delle colline faentine - tra cui spicca la Torre di Oriolo dei Fichi- e i capanni della bassa ravennate, così come i suoi notturni, vibrano delicatamente avvolti da una dolce atmosfera sognante, elegiaca, quasi vellutata.

Come ha illustrato Rosanna Ricci- una delle curatrici della mostra- i colori lirici dei paesaggi sono ottenuti con pastelli che Pini si fabbrica da solo, utilizzando e macinando elementi naturali, graduati in un’ampia gamma tonale.

Altra tecnica usata da Pini è un collage sui generis, che attesta la modernità del suo sperimentare, in continuo dialogo con le esperienze artistiche più significative del Novecento, a partire da quelle delle Avanguardie Storiche, evocando con pari sapienza - per dirla con Franco Basile- “gli accordi cromatici di Braque” e “le velate atmosfere di Morandi”, “i guizzi di De Pisis”e “le aggrondate stesure di Sironi”, i “raffinati intrichi di Dubuffet”e “le sapienti sezioni di Gauguin”.

Per questo l’arte di Pini è “nelle corde” della Fondazione e del suo Progetto Novecento, come ha evidenziato il Presidente Dolcini: un’ eccellenza artistica che canta il nostro territorio di Romagna, in un continuo e costante dialogo con le correnti culturali del Secolo Breve, un ulteriore contributo al percorso di riflessione e di approfondimento sul Secolo Breve, iniziato con la mostra dedicata a Wildt.

Nello specifico, così il maestro spiega il suomodo di dipingere: “La mia pittura è sempre stata interessata più al colore che al segno. Nell’amalgama delle tinte, sia ad acquarello, che preferivo usare in pasta e senza acqua, sia a tempera o ad olio, trovavo e trovo l’espressione a me più congeniale del mio pittorico. Per quanto non mi sono limitato ad un tipo- uno qualsiasi- di colore, nella mia costante ricerca autodidattica ho via via sperimentato svariati impasti e tecniche composite, ripetutamente studiandole e provandole per ricavarne espressioni adeguate. Così ho tentato in più modi di togliere la lucentezza, a volte disturbante, dell’olio, ad esempio, miscelando i colori a gesso e sabbia e ottenendo con ciò una densità più porosa e opaca. I colori a tempera adoperati su carta bibula con aggiunta di colle da legno acquistano un timbro meno squillante della tempera usuale. Coi toni spenti, gessosi ma caldi, dei colori a pastello si ottengono effetti impossibili con altre tecniche. I pastelli non sono però sovrapponibili, perché nella sovrapposizione precipitano in un composto sordo e insignificante. Così per avere la gamma quasi infinita dei toni intermedi mi sono fabbricato, fondendo in un collante adatto, terre colorate con altri pastelli reperibili in commercio (“Lefranc” o “Rembrandt”) : e uso questi pastelli fatti da me. Un altro esperimento, nel quale mi sono ormai da tempo esercitato, è il collage: non solo il collage con carte, secondo le vecchie tecniche del principio del nostro secolo, ma il collage con altri materiali, come polvere di pietre o marmi, sabbie, intonaco, sassi macinati. Una colla molto tenace li fissa al supporto e il colore resta piatto ed opaco. Questi materiali offrono uno spettro di tinte assai ridotto, dal bianco al grigio-violetto, dall’ocra al bruno, dal nero al rosso mattone, eppure talvolta è attraente poter giocare solo su una piccola scelta. I colori riescono naturalmente compatti e rigidi, ma con opportuni accorgimenti si possono anche ottenere morbide sfumature e chiaroscuri”.

Come tengono sottolineare i suoi allievi del Liceo Classico, Giovanni Pini incarna il motto epicureo làthe biòsas (vivi nascosto), per il suo modus vivendi tutto concentrato sull’essere e sull’espressione della propria interiorità, lontano dagli specchi dell’apparire, nel silenzio della sua dimensione creativa.

La mostra “Poesia di Romagna” è aperta dal martedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 19 ; il sabato e la domenica dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 16 alle 19 (chiusa il lunedì).

 

                                                                                  (Chiara Macherozzi)

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