30 gennaio 2012 - Forlì, Agenda, Cronaca, Cultura, Società

Vertigine Wildt

Finalmente lo scrigno del San Domenico si è schiuso e agli occhi di tutti sono visibili,  da sabato scorso 28 gennaio, le meraviglie della mostra più bella allestita a Forlì fino ad ora : “Wildt. L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt”, organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, curata da Paola Mola, Fernando Mazzocca e da un Comitato Scientifico coordinato da Gianfranco Brunelli e presieduto da Antonio Paolucci. Il progetto di allestimento è a cura degli Studi Wilmotte et Associés di Parigi e Lucchi e Biserni di Forlì.
Perché una mostra dedicata a  Wildt a Forlì? Per rileggere la storia di Forlì con spirito di laicità culturale - come ha precisato il Presidente Dolcini -  storia da cui non si può prescindere, e per valorizzare il patrimonio culturale di Forlì , dal momento che un corpus significativo di capolavori di Wildt è custodito nei Musei Civici di Forlì, in seguito alla donazione effettuata nel 1931 per disposizione testamentaria del marchese Raniero Paulucci di Calboli, grande estimatore e committente dell'artista : Fulcieri Paulucci de’ Calboli (1919), Santa Lucia (1926), San Francesco d'Assisi (1926), una versione della Maschera del dolore o Autoritratto (1908-1909), Lux (1920), La fontanella santa (1921), La Protezione dei bambini o Pargoli (1918).
Per questo motivo, già nel 2000 Forlì aveva ospitato a Palazzo Albertini la mostra monografica “La scultura dell’anima” dedicata ad Adolfo Wildt (1868-1931) e  curata da Vittorio Sgarbi (catalogo Marsilio Edizioni). Lo stesso Sgarbi che, nella serata del 27 gennaio, giorno dell’inaugurazione , ha visitato la mostra  ai Musei San Domenico di Forlì, osservando che si tratta di  “una mostra originale, stupenda” oltre che “una delle migliori chiavi interpretative del Novecento”.

Milano, 5 novembre 1919: il Marchese Raniero Paolucci di Calboli , diplomatico italiano – con una carriera che spazia dall’Affaire Dreyfus di Parigi, a Brema, Tokio, Madrid – si reca nell’atelier di Wildt per vedere il ritratto del figlio Fulceri- eroe della Prima Guerra Mondiale, decorato con medaglia d’oro e morto invalido a seguito delle molteplici ferite riportate - commissionatogli ad imperitura memoria. “E’ somigliantissimo”, annoterà in agenda il Marchese. Fu questo l’inizio di un sodalizio durato fino alla morte di Raniero, il 12 febbraio 1931, esattamente un mese prima della morte di  Adolfo Wildt, avvenuta infatti il 12 marzo dello stesso anno.

Con questa mostra inizia il Progetto Novecento, ideato e attuato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì: un percorso di riflessioni e indagini lungo un biennio- e che il prossimo anno vedrà la mostra “Dux. L’arte in Italia negli anni del consenso”- per rileggere il Novecento Forlivese e il rapporto fra  la Forlì razionalista, protagonista del Novecento in quanto “città del Duce” e il Novecento Italiano, Europeo e Mondiale, ovvero il Novecento tout court.
Infatti il Novecento ha cambiato il volto di Forlì ed il suo territorio più di quanto non avessero fatto i secoli precedenti: nel Novecento, soprattutto nel periodo fra le due guerre mondiali,  Forlì si trasforma  in città moderna con l’avvio dei nuovi piani regolatori pensati dal Regime: gli interventi sulla struttura urbana antica, le nuove architetture razionaliste di edilizia pubblica (gli Uffici Statali, le Poste, il Tribunale, le scuole, gli asili), il nuovo asse urbano tra la nuova Stazione Ferroviaria e il nuovo Piazzale della Vittoria. La storia mondiale ha attraversato e trasformato Forlì , lasciando segni monumentali che costituiscono il nostro patrimonio identitario culturale, da cui non si può prescindere, e che per questo motivo va correttamente conosciuto e analizzato, con la laicità dell’indagine storica e culturale- come ha sottolineato il Presidente Dolcini- senza però scadere nella bigiotteria turistica e senza alcun intento di revisione o rivisitazione nostalgica del Ventennio Fascista,  senza alcuna ipotesi di dialogo col Regime, ma con la ferma convinzione di avere chiuso i conti col Fascismo già a partire dalla nostra Carta Costituzionale.

Questa è la grande sfida della mostra dedicata a Wildt: per la prima volta si affronta la modernità: attraverso  Wildt Forlì s’inserisce nel mondiale flusso storico del Novecento e ne diventa parte integrante, in un disegno di respiro universale.
Come ha evidenziato il Presidente Dolcini, questa è una mostra di storia, filosofia, sentimenti esistenziali di risonanza mondiale, perché i marmi , i gessi , i bronzetti e i disegni di Wildt sprigionano tutta l’angoscia, l’inquietudine, la sofferenza, il dramma dell’uomo del ‘900, fra guerre, regimi totalitari, epurazioni, perdita di punti di riferimento, ma anche aneliti alla libertà, alla democrazia, alla spiritualità, alla pace.
Tutti questi moti dell’animo si agitano e s’intrecciano nelle opere di Wildt, nel segno di una sconvolgente modernità , densa di significati universali.
Quindi, non più un progetto espositivo - come le sei precedenti mostre, da Palmezzano a Lega a Cagnacci a Canova ai Fiori a Melozzo-  che prende le mosse dall’artista-genius loci che si apre e dialoga con una dimensione storico-artistica- filosofica nazionale , ma un percorso di respiro universale che da Forlì parte .

Se un’operazione di “restituzione” questa mostra attua, è nei confronti di Adolfo Wildt, nel senso che gli restituisce la statura di Principe del Novecento, essendo Wildt ritenuto vero genio dimenticato del Novecento Italiano ed Europeo.
Fernando Mazzocca, uno dei curatori, ha definito questa mostra  “la più completa finora realizzata su Wildt, un’occasione unica e difficilmente ripetibile per poterne ammirare e studiare tutte le opere trasportabili e quelle mai viste prima- come ad esempio il ritratto di Margherita Sarfatti , proveniente da collezione privata –” , poste a dialogare fra loro nelle sale espositive del San Domenico. Wildt è qui documentato in tutti i suoi aspetti , restituiti grazie agli studi iniziati negli anni ’80 da Paola Mola-  altra curatrice della mostra e divenuta la massima studiosa italiana di Wildt- e in tutti i suoi materiali: marmi, gessi, bronzetti, disegni e fotografie.  Grazie alla famiglia Scheiwiller - i discendenti del  nipote di Adolfo Wildt -  che ha messo a disposizione il ricco archivio e grazie ai Musei prestatori delle opere di Wildt e ai Musei prestatori dei capolavori degli altri artisti posti a confronto, disponibilità, quest’ultima, assai rara.

Infatti, non ci troviamo di fronte ad una mostra monografica, ma ad una “mostra di relazioni”,  come ha ben spiegato Mazzocca: soltanto attraverso questa fitta rete di relazioni fra Wildt e tutta la storia dell’arte si riesce a coglierne la grandezza .
“Fin da ragazzo studiai con selvaggia intensità i nostri maestri antichi. E’ questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità”, scriveva Wildt nel 1915. Questa mostra è  un percorso straordinario e interdisciplinare che va dai richiami all’arte egizia alla pittura vascolare attica, dai Kouroi alle sculture della cerchia di Fidia, dalle sculture  elleniste e a quelle romane, dai decori dorati bizantini - poi ripresi dallo Jugendstil e da Klimt, di cui sono esposti alcuni disegni  – ai fregi bizantini dei trafori di una transenna e di un capitello del periodo costantinopolitano, dalle tavole medievali, a quelle del Rinascimento e dell’Antirinascimento  e del Manierismo, dalla scultura gotica alla scultura rinascimentale di Donatello e Michelangelo, dalla scultura barocca di Bernini al NeoClassicismo di Canova , dalle Secessioni all’Espressionismo, dalla lezione di Modigliani al Simbolismo e al Surrealismo, dalla metafisica di De Chirico a Morandi, dai tagli di Fontana a Melotti -  entambi , questi ultimi, allievi di Wildt e da questi influenzati- da Mazzucotelli a Bellotto. Perché l’arte di Wildt è un divenire sublimato di riferimenti, richiami, significati, dialoghi, intrecci di anime e stati d’animo, attraverso la storia dell’arte tout court, ma fuori dal tempo, in una dimensione sua propria e assoluta, estraneo ad ogni possibile inquadramento .Questo il motivo per cui egli non è stato compreso appieno dai suoi contemporanei, salvo alcune eccezioni.

Come ha sottolineato Gianfranco Brunelli, coordinatore generale del Comitato Scientifico della mostra, “ la mostra dedicata a Wildt è come un nuovo museo nella città” : sono presenti ben 190 opere in mostra, di cui 64 sono capolavori “di confronto”: opere di arte classica e bizantina, tavole medievali, lo “Zuccone” di Donatello mai uscito da Firenze, un pilastrino del Bambaia, Ercole e Anteo del Pollaiolo, Eraclito e Democrito del Bramante, l’Adorazione del Bambino del Bramantino, la Madonna della Passione del Crivelli; la Madonna del Velo del Bergognone, il Sant’Antonio da Padova di Cosmé Tura;  la Madonna della Pera , il San Filippo Apostolo e il San Giacomo Apostolo del Durer; un copriritatto del Ghirlandaio; il San Matteo  e il Ritratto di Laura Battiferri del Bronzino; il Bozzetto per un Dio Fluviale , un disegno di studi anatomici e il gesso della Pietà Rondanini di Michelangelo;il Busto del Laocoonte e una Testa di Santa Teresa d’Avila del Bernini; l’ Erma di Vestale e l’Endimione del Canova; due tele del Trittico dell’Offerta di List, alcuni disegni di Klimt; il Trittico dell’Eroica del Previati, la Testa di Ercole Arcere di Bourdelle; le Maschere, l’Ada , La Preghiera e Le due Sorelle di Casorati; le Muse Metafisiche di De Chirico, la Natura Morta Metafisica di Morandi, L’esprit travaille di Alberto Martini, tre sculture di Melotti, tre opere di Fontana, le opere in ferro battuto di Mazzucotelli e di Bellotto.

Nonostante la sua atemporalità, Wildt ha comunque e sempre dialogato anche con i suoi contemporanei : ad esempio Klimt e Freud, per quanto riguarda la tematica onirica , la cultura mitteleuropea tra ‘800 e ‘900- fra cui Simmel ,Lukàcs, Rilke, Freud, Jung, per citarne solo alcuni-  e , per quanto riguarda la tematica della maschera , Casorati , Pirandello, D’Annunzio e Bontempelli. “Maschere, maschere…un soffio e passano, per dare posto ad altre. Ciascuno si racconta la maschera come può- la maschera esterna. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori” scriveva Pirandello nel 1908 e Wildt creava nel 1909 la  Maschera del Dolore, o Autoritratto,  nel 1912 Carattere Fiero – Anima Gentile, nel 1918 le due Maschere dell’Idiota- una delle quali fu acquistata dal D’Annunzio- ,  nel 1919 le maschere del Monumento Funebre ad Aroldo Bonzagni .
Ma Wildt tutto assorbe e tutto supera, andando oltre, molto oltre.
Altra tematica privilegiata da Wildt è quella del mito: il titanismo del Prigione e di Vir temporis Acti vibrano la musica di Wagner . Inoltre, da ritrattista eccezionale quale era, con i magnifici busti colossali di Mussolini - assurto all’iconografia del Regime e fonte di fama e causa di successiva condanna - , Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti, Toscanini e di tanti eroi di quegli anni, Wildt ha saputo creare un Olimpo di inquietanti idoli moderni
Ma Wildt dialoga anche con chi è venuto dopo di lui: i suoi allievi all’Accademia di Brera, Fontana e Melotti,  ad esempio, e i protagonisti  dei films di fantascienza: da Guerre Stellari ad Avatar.

Paola Mola- curatrice della mostra insieme a Fernando Mazzocca  e la massima studiosa italiana di Wildt– segnala le parole-chiave per capire meglio e a fondo l’opera di Wildt: trasformazione, significati, eccesso/follia , invisibile.
Trasformazione , perché in Wildt c’è l’apoteosi delle possibilità di trasformazioni della materia, che via via viene smaterializzata , in quanto l’ascetico/mistico Wildt lavora “per via di levare”, scava quasi a consumare il marmo- che diventa un qualcosa d’altro- dischiudendoci , attraverso la porta di quegli incavi privi di bulbi oculari, la dimensione dell’invisibile, dove regna il più più recondito mistero dell’essere.
Significati, perché Wildt assimila tutta la storia dell’arte e la sublima in un divenire fuori dal tempo: in questo sta la sua libertà.
Eccesso/follia, perché Wildt attraversa , assorbendo, tempo e materia, movimenti culturali e stili, tradizione e storia, religione, tutti gli stati d’animo dell’uomo e va oltre, creando una nuova dimensione, la sua, purissima e assoluta, atemporale, siderea, lontana da tutto, ma che tutto contiene . Insuperabile, come la musica, che, forse, è l’arte che più si avvicina a Wildt.

La mostra “Wildt. L’anima e le forme” resterà aperta fino al 17 giugno 2012, osservando i seguenti orari: da martedì a venerdì 9,30- 19,00 ; sabato e festivi 9,30 – 20,00. Chiusa il lunedì non festivo.  www.mostrawildt.it

 

                                                                                       Chiara Macherozzi

 

(foto: Fabio Blaco)

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