23 novembre 2011 - Forlì, Agenda, Cronaca, Sanità

Terza giornata nazionale del morbo di Parkinson

Ti tremano le mani, riscontri un rallentamento dell’attività motoria o difficoltà di deambulazione? Potrebbe trattarsi dei primi sintomi del morbo di Parkinson, malattia neurodegenerativa dell’età adulta avanzata, di cui ancora si ignorano le cause. In questi casi bisogna ricorrere immediatamente a un neurologo: prima si effettua la diagnosi, infatti, migliore sarà il risultato della terapia, visto che i farmaci oggi utilizzati sono efficaci soprattutto se somministrati nei primi anni dall’insorgenza della patologia.

 

Di tutto questo si discuterà sabato 26 novembre 2011inoccasione della Terza giornata nazionale del morbo di Parkinson, istituita dalle principali società scientifiche italiane in ambito neurologico per sensibilizzare la popolazione sull’importanza della diagnosi precoce e fornire informazioni sulla malattia e sullo stato dell’arte della ricerca. A Forlì, per l’occasione, l’U.O. di Neurologia, diretta dal dott. Walter Neri, e l’associazione “Rete Magica onlus” hanno organizzato alle 16, nella sede del sodalizio (via Curiel 51, Forlì), un incontro con Ermes Carassiti che nel libro “Di Parkinson non si muore” racconta la propria esperienza di malato. A intervistarlo sarà il dott. Enrico Pasini, giornalista del “Corriere Romagna” di Forlì; a seguire sono previsti gli interventi del dott. Walter Neri e della dott.ssa Roberta Conte, psicomotricista.

 

A Forlì, l’ambulatorio dedicato dell’U.O. di Neurologia, attivo ormai da 15 anni, ha in carico circa 200 persone affette dal morbo di Parkinson e parkinsonismi. «Ogni anno – illustra il dott. Neri – registriamo una quindicina di nuovi casi. Una volta riconosciuta la malattia, la persona viene seguita da un neurologo, esperto in disordini del movimento, sia nella fase diagnostica sia nel successivo iter di osservazione clinica della malattia, garantendo un’attenta e corretta prescrizione dei farmaci e la rimodulazione della terapia in base alle nuove necessità, nonché una prima selezione dei possibili candidati alla terapia chirurgica». Fondamentale è la collaborazione con altri specialisti, in primis con il riabilitatore, visto che «in alcune forme di Parkinson la terapia riabilitativa può portare un certo beneficio». L’arma principale di cura, tuttavia, restano i farmaci, in grado di alleviare i sintomi della malattia, specie sul versante motorio. «Il morbo di Parkinson si manifesta nel 70% dei casi con la comparsa di tremore, in particolare alle mani – conferma il direttore – tuttavia, può presentarsi anche con rallentamento dell’attività motoria, rigidità dei muscoli degli arti e tronco, difficoltà nella deambulazione e instabilità posturale con pericolo di cadute».

 

Talora, tali sintomi sono preceduti da altri disturbi: della sfera emotiva, ad esempio ansia e depressione, della sfera vegetativa, quali stipsi e disturbi genito-urinari, della sfera cognitiva, come il rallentamento dell’attività mentale. «L’andamento della malattia è progressivo, lo sviluppo dura uno-due decenni, e nel 30-40% dei casi si associa a demenza vera propria – prosegue il dott. Neri – La terapia è solo sintomatica e non in grado, dunque, di arrestare il decorso della malattia. I farmaci antiparkinson sono particolarmente efficaci nei primi anni di malattia; col passare del tempo perdono la loro efficacia terapeutica e nelle fasi avanzate possono anche indurre nuovi disturbi. Per questo motivo, la gestione delle persone con Parkinson in fase avanzata risulta spesso molto complessa e problematica». Solo in pochi casi, attentamente selezionati, è possibile il ricorso alla terapia chirurgica. «Tale opzione consiste nell’impiantare in alcune aree del cervello elettrodi stimolanti – spiega il dott. Neri – in grado di rimodulare l’attività di circuiti cerebrali implicati nella patogenesi della malattia, migliorando, di conseguenza, la qualità della vita dei pazienti e riducendo i dosaggi dei farmaci fino a quel momento assunti».

 

Va sottolineato inoltre come sia importante un’appropriata diagnosi della malattia: infatti non tutte le sindromi sono un vero morbo di Parkinson, in quanto ci sono anche forme similari con decorso, risposta alla terapia, e aspettativa di vita alquanto differenti. «Per questa ragione – illustra il direttore – è importante innanzitutto puntare sulla formazione del personale medico, che deve essere in grado di distinguere clinicamente fra morbo di Parkinson e sindromi parkinsoniane, ed eseguire gli esami più appropriati per la diagnosi differenziale e per il corretto approccio assistenziale multidisciplinare».

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