11 febbraio 2014 - Forlì, Agenda, Cultura, Eventi, Società

Il Principe di Machiavelli, 500 anni dopo

FORLI' - Mercoledì 12 febbraio alle ore 15.15 nella sala parrocchiale di Regina Pacis (viale Kennedy,2), 
in occasione dei 500 anni appena trascorsi dalla stesura di una delle opere più famose, più tradotte e più controverse della letteratura italiana, Marco Viroli realizonerà sul tema: “Niccolò Machiavelli, il Principe e il suo tempo”

 

Forlì, luglio 1499: la fallimentare missione di Niccolò Machiavelli alla corte di Caterina Sforza

Nel 1499 Caterina Sforza, su suggerimento dello zio Ludovico il Moro, propose ai Fiorentini il rinnovo della condotta per il figlio Ottaviano e l’invio di una compagnia di balestrieri in difesa dalla “venuta de’ franciosi”. Osservò infine: “non posso persuadermi che dalle Signorie vostre non si abbia a tener debito conto di tanta nostra fedeltà e devozione presso la vostra eccelsa Repubblica”.

Ai Fiorentini interessava restare in buoni rapporti con la Sforza, nonostante intravedessero margini di trattativa per una riduzione dei compensi da corrispondere al figlio di lei. Per trattare il rinnovo del beneplacito a Ottaviano inviarono perciò a Forlì Niccolò Machiavelli, allora trentenne, che giunse in Romagna il 16 luglio 1499.

La contessa ricevette il Machiavelli nel pomeriggio, in presenza di Giovanni da Casale, suo consigliere particolare, nonché presunto amante. La lunga e complessa trattativa prese il via tra elogi reciprochi e vicendevoli recriminazioni.

Il Machiavelli offrì 10.000 ducati per il rinnovo del beneplacito, con un contratto “ad tempo di pace”. Riferendosi al saldo degli arretrati, Caterina rispose che Firenze non aveva mai dimostrato nei fatti la propria riconoscenza a chi li aveva salvati dall'esercito veneziano. Ma Veneziani e Fiorentini ora erano in rapporti amichevoli e le affermazioni della madonna forlivese non ebbero grande effetto sull'abile negoziatore di Palazzo Vecchio.

Caterina decise perciò di temporeggiare, istruendo nel frattempo il proprio segretario, Antonio Baldraccani, a che si dimostrasse amichevole nei confronti dell’emissario fiorentino. Il Baldraccani fece sapere in via ufficiosa al Machiavelli che se Firenze non era più interessata ai servigi di Ottaviano, al contrario Ludovico il Moro, che temeva l’imminente attacco dei Francesi, avrebbe accettato di sottoscrivere una condotta a suo favore a una cifra più alta, pari a quella della condotta precedentemente convenuta coi Fiorentini.

In questi frangenti, il desiderio di chiudere in fretta la partita spinse i Fiorentini a chiedere il 19 luglio alla signora di Imola e Forlì un invio urgente di soldati e di polvere da sparo. Caterina accondiscese di buon grado, a patto che quanto le si doveva fosse pagato immediatamente, non perdendo occasione di manifestare affetto e devozione per la città sull'Arno.

Nel frattempo anche il Machiavelli si era convinto dello stretto legame che la Sforza aveva con Firenze, avendo notato quanti Fiorentini fossero al soldo della contessa.

Tuttavia Firenze non intendeva spendere quanto la contessa richiedeva. I fanti da lei personalmente addestrati erano bene armati, ma costavano 18 lire al mese, mentre Firenze non intendeva spendere più di 14 lire e 17 soldi mensili per soldato.

Per convincere il Machiavelli, il giorno seguente Caterina fece marciare 500 soldati in assetto di guerra e 50 balestrieri a cavallo e raccontò al proprio ospite che quelli erano gli uomini che avrebbe destinato al duca di Milano. Il rappresentante del governo fiorentino ebbe così modo di constatare di persona il grado di addestramento, la finezza dei paramenti e il livello dei moderni armamenti delle truppe forlivesi. Scrisse perciò un messaggio a Firenze per informare che altri soldati di questo livello, così preparati e affidabili, non si sarebbero potuti reperire facilmente sul mercato: non era allora il caso di farseli soffiare sotto il naso dal duca di Milano.

Il 23 luglio giunse da Firenze la risposta affermativa alla proposta di Machiavelli di aumentare da 10 a 12.000 fiorini la condotta a Ottaviano. Forte di questa risposta l’ambasciatore fiorentino si precipitò a colloquio da Caterina. La contessa non lo accolse però di persona perché era impegnata a prestare cure all'ultimogenito, il piccolo Ludovico, di poco più di un anno, gravemente ammalato.

Fu il segretario Baldraccani a riferire l’approvazione di madonna ad accettare la condotta a dodicimila fiorini, ma al contempo si fece portavoce di un’ulteriore richiesta: la garanzia che i Fiorentini si sarebbero schierati al suo fianco in caso di attacco da parte dei Francesi.

Machiavelli rispose che per un simile accordo avrebbe dovuto richiedere permesso scritto a Firenze. Ma subito dopo aver inviato la richiesta, ricevette la visita di Giovanni da Casale. Questi recava con sé un messaggio col quale la contessa si scusava per la diffidenza mostrata in precedenza e accettava di sottoscrivere il contratto per la condotta del figlio, anche senza ricevere la garanzia richiesta a Firenze.
Mentre il Machiavelli pensava di aver concluso la trattativa, il 24 luglio fu ricevuto da Giovanni da Casale e da Caterina e si sentì dire che, nella notte, i due avevano riflettuto e avevano invece deciso di attendere la garanzia di difesa richiesta ai Fiorentini.

Non è difficile immaginare quale fu la reazione di un uomo del calibro e della tempra del Machiavelli, oramai prostrato dal prolungarsi di simile ondeggiamenti. Fu così che, alla fine di luglio, incassando un “niente di fatto”, l’ambasciatore fiorentino riprese mestamente la via di casa.

Per la cronaca, l’accordo fu poi firmato, alle condizioni di Caterina, a Firenze il mese seguente da Giovanni da Casale. L’insuccesso riportato in quell'occasione dall'autore del “Principe”, rimarrà un’ombra nella carriera dell’abile segretario fiorentino.

Nel suo soggiorno forlivese, Machiavelli fu impegnato anche in una missione di secondo livello. Gli era stata infatti commissionata da Biagio Buonaccorsi, amico e cancelliere della Signoria di Ponte Vecchio, la ricerca di un “manifesto” raffigurante la signora di Forlì. Il Buonaccorsi era stato in passato ospite di Caterina, di cui conservava un ricordo tanto tenero da desiderare di possedere almeno un’immagine che gli rammentasse i tratti della bella signora che a tanti uomini aveva fatto perdere la testa.

Non sappiamo se Machiavelli riuscì a portare a termine almeno questa missione. Siamo comunque certi che ebbe grosse difficoltà, in quanto la signora di Forlì non amava farsi ritrarre; di lei non restano infatti altro che uno schizzo eseguito da un frate bergamasco di stanza a Forlì e le effigi sulle monete che fece coniare durante il periodo del suo governo.

 

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