1 settembre 2012 - Cesena, Cronaca, Politica, Società

Cesenatico, costa e la caccia nei “chiari”

Bartolini (PdL): "Dalla Regione prescrizioni assurde per chi caccia nelle zone umide"

“Cacciare in Emilia-Romagna vuol dire svolgere una passione nella più piena incertezza: e per questo dobbiamo dire grazie agli uffici anti-caccia della Regione, farciti di ambientalisti integralisti che non vedono l'ora di complicare la vita ai cacciatori”. Lo denuncia il consigliere regionale Luca Bartolini (Pdl) che, dopo aver raccolto le proteste di chi pratica l'attività venatoria, mette in luce alcune contraddizioni contenute nel Calendario venatorio regionale, calendario  che a seguito di una sentenza della corte costituzionale non si può più fare  con legge ma solo un atto amministrativo della giunta – puntualizza l'esponente del Pdl – quindi a rischio di ricorsi al Tar, ma soprattutto un documento che non passa dal consiglio regionale, dove con un serio dibattito avremmo potuto migliorare il testo”.

E invece i cacciatori dovranno fare i conti con quanto elaborato   dagli uffici regionali anti-caccia e fatto proprio tale e quale dalla Giunta tanto che viene da chiedersi chi sia il vero assessore alla Caccia in Emilia-Romagna.  I primi effetti negativi sono per chi caccia nelle zone umide e nei laghi artificiali, i cosiddetti  “chiari” tanto per capirci. L'articolo criticato dal consigliere Bartolini è il numero nove, che contiene prescrizioni per chi caccia nelle Zone di protezione speciale (Zps) e nelle zone umide. “Il calendario venatorio vieta di usare munizioni a pallini di piombo anche per cacciare all'interno delle zone umide naturali e artificiali, cioè stagni, paludi, acquitrini, lanche, lagune e prati allagati – spiega Bartolini – quindi viene imposto l'utilizzo di cartucce con pallini in acciaio, che fino allo scorso anno erano obbligatorie solo per le Zps (Zone di protezione speciale). Chi ha adottato questa prescrizione per tutelare gli animali ha preso un abbaglio: con i pallini in acciaio si ha un tiro utile di una ventina di metri ma, a differenza del piombo, non si ha una rosa di pallini e quindi ci sono tanti animali che vengono feriti ma non uccisi, questo è un danno per la fauna. Altre Regioni, dopo aver imposto l'uso dei pallini in acciaio negli scorsi anni, oggi sono tornate sui propri passi”.

Ma oltre a questa prescrizione ce n'è un altra che rischia di creare una gran confusione tra cacciatori e guardie venatorie. “Il divieto di usare pallini di piombo è esteso a un raggio di 50 metri dalle rive più esterne. Ma le zone umide non sono tabellate: quindi un cacciatore, partito per cacciare normalmente, fuori da una zona umida e quindi con la possibilità di usare munizioni al piombo, rischia di trovarsi dentro queste aree senza accorgersene e se incappa in un controllo rischia una sanzione. Le contraddizioni non sono finite: poniamo che un cacciatore si trovi a duecento metri da una zona umida, quindi può usare i pallini di piombo; spara in direzione di un lago, la gittata è superiore ai 50 metri e, se colpisce la preda che cade all'interno della zona umida il cacciatore è in fallo. E poi non si capisce come fare per chi ha cartucce miste, cioè per chi vuole cacciare, nella stessa giornata, sia dentro che fuori la zona umida: forse si vuole obbligare il cacciatore a tornare a casa a lasciare le cartucce al piombo se vuole sparare vicino a un lago? Insomma, il rischio è di avere un gran numero di contenziosi, anche perché , per l’ennesima volta nella nostra Regione,  la normativa va interpretata e il cacciatore deve confidare nel buonsenso della guardia venatoria. Il punto – conclude Luca Bartolini – è che bisogna stabilire norme chiare, compatibili con la caccia e che non penalizzino nessuno: un cacciatore non può uscire di casa per praticare una passione ed essere sempre nel dubbio di non essere in regola come invece da qualche anno accade sempre di più nella nostra Regione.”.

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