Omicidio Pascoli: dopo 145 anni arriva il giudizio

Condannati Pietro Cacciaguerra (mandante), Michele Della Rocca e Luigi Pagliarani (esecutori)
11 agosto 2012 |  Cesena | Cronaca | Cultura | Eventi | Società |

Rovesciato il verdetto del 2001: per la prima volta, dopo 145 anni, il celebre omicidio di Ruggero Pascoli ha un nome. Anzi, ne ha tre: Pietro Cacciaguerra, mandante del delitto, colui che prenderà il posto di Ruggero Pascoli nella conduzione della tenuta Torlonia a San Mauro, Michele Della Rocca e Luigi Pagliarani esecutori dell’omicidio. Ne era convinto Giovanni Pascoli, altrettanto lo è stato l’accusatore della serata Giovanni Imposimato, tesi che ha fatto breccia sulle oltre mille persone presenti alla Torre (Villa Torlonia) nel Processo d’Appello organizzato da Sammauroindustria. Al Presidente del Tribunale, Bruno Amoroso, constatato che il voto popolare era talmente schiacciante, non è restato altro che condannare i tre discussi personaggi, mai finiti in un’aula di tribunale. E soprattutto di rimettere alla volontà della pubblica accusa se procedere nei prossimi anni anche contro Achille Petri, colui che affiancherà Cacciaguerra nella conduzione della Torre, e Alessandro Torlonia, presunto complice del complotto contro Ruggero Pascoli. Insomma, svelato un mistero, se ne aprono altri.

 

“Votate con coscienza”, ha detto introducendo la serata Miro Gori, sindaco di San Mauro e ideatore del Processo del 10 agosto. A scaldare gli animi ci aveva subito pensato Imposimato con una durissima arringa, nel descrivere senza mezzi termini il Cacciaguerra (“un autentico delinquente”) e i due sicari (“spregevoli personaggi”), colpevoli di un “infame delitto”. Aveva annunciato un colpo di scena e in effetti c’è stato: la chiamata di un testimone, Rosita Boschetti, curatrice del Museo di Casa Pascoli, colei che ha scovato gli ultimi documenti sulla vicenda. La Boschetti ha raccontato l’incontro segreto tra Giovanni Pascoli, che stava indagando sul delitto, ed Ercole Ruffi, amministratore che prese il posto di Cacciaguerra nel 1875. Ruffi, racconta la Boschetti, disse al poeta che ci “aveva preso nel mezzo” (aveva trovato la verità) e che doveva smettere di fare indagini per non fare la fine del padre. E Pascoli era convinto che di quel delitto i colpevoli fossero Cacciaguerra, Della Rocca e Pagliarani.

L’altro asso nella manica di Imposimato è stato il riportare alla luce una testimone che vide i due sicari col fucile dalle parti dell’agguato a Ruggero. Si tratta di Filomena Lucchi che raccontò i fatti all’allora pretore Giacomo Liverani, solo che quel verbale sparì nel nulla e nessuno più la interpellò.

Infine Cacciaguerra, il cui movente “era di natura economica: aveva l’interesse a prendere il posto di Ruggero nella conduzione della Torre (come poi avvenne). Non solo: ha sempre poi rifiutato qualsiasi aiuto alla famiglia Pascoli, anche le spettanze dovute, malgrado fossero poi finiti in miseria. Per non parlare di un caso di corruzione di cui fu coinvolto, quando procurò 26 voti falsi per l’elezione del repubblicano Ignazio Guiccioli, futuro Ministro delle finanze”.

Le richieste finali: “dobbiamo rendere onore al Pascoli cercando la verità. I fatti sono chiari: Cacciaguerra è il mandante, Della Rocca e Pagliarani sono gli esecutori. Aggiungo anche la complicità di Achille Petri e Alessandro Torlonia, ma di questi ne parleremo in un prossimo dibattimento”.

 

A ribattere a queste tesi ci ha pensato l’avvocato di lungo corso Nino Marazzita, il cui esordio è stata una frecciata a Imposimato: “il suo dono è la sintesi, il fatto che si sia dilungato è la testimonianza che non ha una prova certa contro gli imputati”. Aggiungendo: “è un processo sbagliato sin dall’inizio: non c’è il movente nel capo di imputazione e senza una prova certa al di là di ogni ragionevole dubbio, rimaniamo nel campo delle ipotesi. Non si può condannare qualcuno per i bisbigli o le dicerie di paese. Il rapporto di un carabiniere del tempo sospetta di due personaggi che non sono gli attuali imputati, mentre Giulio Tognacci, grande estimatore del poeta, accusa un mezzadro dei principi Torlonia. Il nome di Pascoli non può essere infangato violando un diritto basilare del nostro codice: nessuno può essere condannato se la sua colpevolezza non è certa al di là di ogni ragionevole dubbio. Chiedo pertanto l’assoluzione dei tre imputati”.

 

Quindi il voto finale con il rovesciamento del verdetto del 2001 che aveva assolto tutti gli imputati, e soprattutto l’ipotesi di un ulteriore processo in Cassazione con il coinvolgimento anche di Alessandro Torlonia e Achille Petri.

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