15 luglio 2012 - Cesena, Cronaca, Politica, Sanità, Società

Salute e violenza, l'IdV chiede il codice Rosa anche a Cesena

Cinzia Pagni propone l'istituzione di un percorso dedicato alle donne vittime di violenza

Contro l’abuso, contro la violenza sulle donne e le fasce deboli in generale, l’Italia dei Valori di

Cesena chiede l’istituzione presso il Pronto Soccorso del Bufalini di un nuovo codice da aggiungere ai codici-colore già in uso al pronto soccorso (bianco, giallo, rosso) per identificare tempestivamente le vittime di violenza ed avviare immediatamente un percorso di tutela e riservatezza, gestito da personale socio-sanitario, magistrati e forze dell’ordine.

“Saper individuare subito casi di maltrattamenti e violenza alla persona permette infatti, oltre l’immediatezza delle cure sanitarie, anche il fondamentale sostegno psicologico – spiega Cinzia Pagni dell’ IdV di Cesena - La vittima di tali abusi però ha la necessità di un’accoglienza particolare, perché particolare è la ferita che porta: la quasi totalità degli episodi di violenza è all’interno delle mura domestiche, perpetuata dal proprio partner, in famiglia”.

L’IdV prospetta quindi un’accoglienza particolare e dedicata, in grado di garantire un percorso e un atteggiamento che solo la professionalità di un’equipe o meglio di una task force interistituzionale, una squadra cioè formata da personale socio-sanitario e giudiziale (infermieri, ostetriche, medici, assistenti sociali, psicologi, avvocati, polizia giudiziaria) in grado di intervenire nel fondamentale rispetto della riservatezza e della scelta sul tipo di percorso da seguire dopo le prime cure.

“Appena un paziente viene identificato come vittima di abuso o violenza, al  pronto soccorso dovrebbe scattare un codice specifico, in alcuni ospedali si chiama Codice Rosa (coniato dalla Rosa Bianca, simbolo scelto per la campagna contro la violenza sulle donne) spostando le cure in un locale apposito, riservato al caso,  nel quale accederanno tutti gli specialisti per accompagnare la persona nell’assistenza medica, psicologica, sociale e legale necessaria”, racconta Pagni che prosegue: “Le vittime, spesso per paura di ritorsioni, sono reticenti e difficilmente raccontano di essere state oggetto di violenza. E’ necessario spingerle ad uscire dall’ombra: dobbiamo rompere questo velo omertoso che protegge i vigliacchi, dobbiamo far emergere i casi di violenza che spesso rimangono sommersi  per poter intervenire tempestivamente sui forti disagi che queste violenze producono sulle vittime e sui figli”.

Secondo il Rapporto annuale del Telefono Rosa infatti, nell’ 81% della totalità dei casi di violenza sulle donne, figli minori assistono ai soprusi, impotenti alla violenza dei padri sulle madri. “Le cure post traumatiche pertanto  non si possono limitare alle sole donne ma devono coinvolgere anche i figli – conclude l’esponente dell’IdV -  per aiutarli ad uscire dall’oscurità che li circonda, per evitare che cronicizzino problematiche comportamentali e psicologiche, per evitare che il loro futuro riparta e si realizzi con stereotipi, per evitare che diventino attori passivi o attivi involontari di nuovi cicli di sopraffazione e violenza”.

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